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Zero: la conferenza stampa con il cast e il team di creazione della serie

Mercoledì 21 aprile in 190 stati nel mondo esce Zero, la nuova serie Netflix tutta italiana ispirata a Non ho mai avuto la mia età  (2018), il libro di Antonio Dikele Distefano e prodotta da Fabula Pictures con la partecipazione di Red Joint Film. In occasione dell’uscita della serie (trovate la recensione dei primi quattro episodi cliccando qui), abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con il cast e con chi ha lavorato alla serie.

Ilaria Castiglioni (manager per le serie originali Netflix), ci fa sapere che nei prossimi cinque anni verranno stanziati 100 milioni di dollari  proprio per foraggiare talenti del mondo del cinema incentrati sui temi della diversity e dell’inclusion, cari alla piattaforma di streaming, raccontando storie nuove e inedite che ancora non sono state raccontate. “Presentare Netflix come il posto in cui le storie che non sono ancora state raccontate troveranno casa” -ci racconta Ilaria- “significa svolgere bene il nostro lavoro.”

Il superpotere del cast

Ad aprire la conferenza stampa è stato proprio Antonio Dikele Distefano, ideatore e autore di Zero, il quale definisce la serie come la storia di chi impara ad accettare la propria diversità, ed effettivamente, avendone visto un pezzo, non si può che concordare.

La diversità nella serie non è vista come l’elemento discriminante in base al quale le persone si allontanano le une dalle altre, tutt’altro: Omar (Giuseppe Dave Seke) ha una diversità che lo rende speciale, un superpotere, ed è proprio grazie a quella che conosce il resto del gruppo e inizia a impegnarsi personalmente per salvare il barrio, il quartiere periferico milanese nel quale vivono.

Parlando di superpoteri, Antonio chiede a tutti i ragazzi del cast quale sia il loro. Giuseppe si presenta come chi vede il bicchiere mezzo pieno, dicendo che il suo è di vedere il bello anche nelle piccole cose mentre Daniela Scattolin, che interpreta Sara, è molto più realista: Il mio potere è la sincerità – ci dice – come mi vedi, sono.

Beatrice Grannò, Anna nella serie, ha il dono della creatività: Ho sempre un sacco di idee, anche se spesso avere troppe idee e troppi stimoli rende difficile portarne a termine anche solo uno ci racconta, considerando del suo potere entrambe le facce della medaglia; Madior Fall (Inno nella serie) estende il suo a tutto il gruppo: Con il nostro lavoro abbiamo il superpotere di far emozionare le persone.

Richard Dylan Magon si presenta solare tanto quanto Momo (il personaggio che interpreta nella serie): Ho la battuta facile, riesco a far ridere le persone e questo è ciò che mi ha aiutato nella vita a creare rapporti con loro. Da lui non si allontana molto Virginia Diop, che nella serie interpreta Awa, la sorellina di Omar: Il mio superpotere è quello di affrontare la vita con il sorriso: qualsiasi ostacolo o situazione difficile mi si pari davanti, non importa, comunque verrà affrontata con un sorriso.

Chiude il primo giro di domande Haroun Fall, il cui superpotere è quello di essere tenace, qualità che lo accomuna con il personaggio che interpreta in Zero: Sharif.

Dell’importanza della rappresentazione: gli italiani neri

Zero è la prima serie italiana in cui il cast è di nazionalità italiana pur sembrando multietnico. Si chiede quindi ad Antonio quanto sia stato importante introdurre degli attori italiani che però non presentassero i tratti somatici tipici di chi nasce nel Grande Stivale, e giustamente ci risponde che la cosa che conta di più è esistere. Se fino a prima fosse comune pensare che non esistono attori o registi italiani che però abbiano la pelle scura, oggi, grazie a Zero, si ha la prova del contrario e chissà che un domani non si riesca a raggiungere un equilibrio tale per cui non ci sarà nemmeno più da sorprendersi.

Aggiunge Antonio: Non bisogna pensare che la serie parli di tutti i ragazzi neri che esistono, la serie parla di Omar, un ragazzo che scrive fumetti e il fatto che sia nero non dovrebbe contare troppo. Ci fa capire il punto focale dell’intera faccenda: i personaggi vanno accomunati per le emozioni che provano, non per il colore della pelle.

Un cambio di prospettiva necessario più che mai in questo periodo, in una massima che va oltre la serie e si rivolge alla quotidianità: non è più tempo di guardare all’altra persona per ciò in cui differiamo ma per gli elementi che ci accomunano.

Ovviamente Antonio si augura che Zero sia un successo, ma non solo perché è una sua creatura, ma per il messaggio che porterebbe. È grazie all’economia che riesci a cambiare l’immaginario, ci dice, quindi se Zero dovesse essere un successo, saranno costretti a guardare la realtà: i ragazzi neri non compaiono spesso nelle serie teen italiane, mentre invece con Zero non si può fingere che non esistano.

A suo dire, Zero deve essere la prima serie che racconta la normalità, non la diversity: il vero cambiamento sarà quando alla prossima conferenza stampa parleremo di cosa è successo nella serie, mentre invece la conferenza di oggi è sul fatto che Zero sia nero e che anche gli altri personaggi lo siano. (Effettivamente le prime domande si sono concentrate più su quell’aspetto che su altri lati della serie, ndr).

Fa poi una riflessione circa il rapporto fra parola e azione. Anziché sperare che le persone smettano di usare la n-word così dal niente, si concentra sul comunicare lui stesso con chi lo circonda e invita ciascuno a fare altrettanto. Non credo che la lotta sia sperare che smettano di chiamarti “negro”, ma sperare che ci sia più gente nera che lavora, che ci siano più persone inserite e che ti girano attorno.

Conclude facendoci giustamente notare una grande verità che conferma quanto ha appena detto: Il mio vicino di casa non mi chiamerà mai negro, mi chiamerà Antonio.

A tal proposito, la parola alle persone intervistate

Sulla stessa tematica, aggiunge un suo commento anche Haroun: È fondamentale avere una letteratura attoriale in cui esistano anche persone nere. Il punto non è che siamo neri, ma che non ci è una rappresentanza. Ci racconta infatti che spesso si sente dire che “non si trovavano attori neri”, ma lui, come altre persone del cast, prima di Zero aveva già lavorato come attore. Il problema sta nella difficoltà di trovare una serie in cui interpretare un personaggio qualunque e non “il nero”, spesso stereotipato.

Anche Daniela interviene sull’argomento: Per la prima volta sono una ragazza normale, anche io avevo già lavorato come attrice, ma questa serie mi ha dato l’opportunità di essere italiana, non afro-italiana. La stessa tematica viene poi ribadita da Mohamed Hossameldin (regista), il quale dice che i ragazzi nella serie sono italiani. Non italiani di seconda generazione, non afro-italiani, no: sono italiani e basta. Zero è una storia vera per tematiche, e i sentimenti che veicola accomunano tutti.

Dal putno di vista dello sviluppo della persona, è necessario porre così tanto l’accento sull’italianità per applicare una cesura con il passato. Sono tutte persone giovani, cresciute da genitori che vengono da altri paesi. Rivendicare la propria italianità è un modo, per gli italiani di seconda generazione, per distaccarsi anche dalla famiglia. Per dire ai propri genitori “io non sono come te” anche a livello culturale. “Cara mamma, caro papà, noi siamo cresciuti in due contesti culturali differenti: accettalo”.

Conclude il discorso Beatrice: È vero che la maggioranza del cast è italiana di seconda generazione, ma può fare la differenza. Poi cita una frase della serie: Il mondo comincia a prendersi cura di te se tu inizi a prenderti cura di lui, rimarcando il fatto che la serie parla di tante persone, a prescindere dalla loro provenienza.

Il paradosso di Zero: il ragazzo sempre invisibile ma mai del tutto

Parlando con Giuseppe, riflettiamo sul paradosso del suo personaggio: È paradossale che chi si sente invisibile, scopre di poterlo diventare davvero, ma questo accade anche nel mondo reale: e a questo punto fa un’interessante riflessione circa l’importanza di essere circondati da persone che abbiano stima di te.

Cita l’esempio delle volte in cui non crediamo abbastanza in noi stessi, sentendoci inutili o invisibili, addirittura non accorgendoci di avere un certo tipo di dono o peculiarità. Alle volte per fortuna capita di avere accanto le persone giuste, tipo gli amici che ti dicono “guarda che hai questa qualità, con questa dote puoi fare tutte queste cose” dice Giuseppe visibilmente coinvolto, che conclude con un secco e poi effettivamente ce la fai.

Lui poi, se davvero potesse diventare invisibile per un giorno, ne approfitterebbe per prendersi del tempo per sé stesso: Scapperei magari su un’isola, senza dover rendere conto a nessuno e staccare per un po’.

Ci racconta però che se invisibile non lo è mai stato, di certo ci si è sentito. È stato durante l’adolescenza, quando ti succedono cose che non capisci e ti senti invisibile; poi alla fine in qualche modo te la cavi, ma la sensazione è quella.

Nascita e sviluppo di Zero

Antonio ci racconta di essere un grande appassionato di manga e anime giapponesi, e ci fu un periodo, prima di Non ho mai avuto la mia età, in cui meditava sull’esistenza di un supereroe nero italiano. Zero nasce quindi dall’unione fra alcuni prodotti di intrattenimento da cui ha preso ispirazione, nello specifico il film Ferro 3 e il manga Mob Psycho 100, e alcune esperienze personali.

Quando era piccolo si sentiva di vivere la vita che gli altri avevano già deciso per lui: sarà medico! Ma no, sarà avvocato! si sentiva dire, senza che mai qualcuno gli chiedesse cosa a lui realmente sarebbe piaciuto fare. Da quell’esperienza nascoe l’idea dell’invisibilità, che unita alle proprie passioni ha portato alla nascita di Zero.

Zero e la mascolinità non tossica: un felice accidente

Il personaggio di Omar, per diventare Zero e attivare il suo potere, ha bisogno di accedere alle proprie emozioni, cosa che di solito per un ragazzo non è comunissima: viene quindi da chiedersi se la creazione di un personaggio che sia esempio di mascolinità non tossica sia voluto. “Non si è pensato direttamente a questo -risponde Stefano Voltaggio (autore e produttore creativo, Red Joint Film)-  ma sicuramente le persone dalle quali ci siamo ispirati erano già di loro sensibili, pertanto il fatto che Zero sia uscito così è solo un accidente.”

Interferenze fra serie e pandemia? Solo positive

Fortunatamente, la pandemia ha favorito la serie: il cast ha infatti dovuto trascorrere tre mesi in lockdown in un albergo di Roma, cogliendo l’occasione per conoscersi meglio. Il fatto che Omar faccia il raider (paladini durante le chiusure totali) è invece una coincidenza: la bicicletta è il mezzo di locomozione ideale se devi collegare la periferia al centro, perciò è questa la ragione per cui il protagonista si muove su due ruote a pedali, consegnando pizze a domicilio. Nessun omaggio ai fattorini di pizze e kebab, nessuno stereotipo, quindi: semplicemente, un mezzo che è un’opportunità per permettere anche a chi abita nell’hinterland di godersi e vivere il centro città.

Apud colonna sonora: come sono stati scelti i brani da inserire all’interno della storia?

Risponde Nicola De Angelis (produttore esecutivo, Fabula Pictures), creditando Nicola De Angelis, suo partner in crime, grazie al quale nella colonna sonora possono comparire musiche uscite dai talent. Nella serie compaiono canzoni di Mahmud e Marracash, ma anche un percorso musicale ed emotivo che accompagna lo spettatore passo passo all’interno della serie. “Come sempre si ricevono più no che sì, perché non sempre il creatore vuole essere coinvolto con il messaggio portato avanti dal progetto, ma fortunatamente abbiamo trovato anche parecchi artisti che hanno aderito”.

La verosimiglianza

Per capire come strutturare la serie e renderla verosimile, sono state intervistate persone giovani che abitino realmente nelle periferie milanesi. Dalle indagini è apparso unanime il fatto che ciascuno di loro, per il suo quaritere, farebbe qualsiasi cosa, anche venire alle mani. proprio grazie a queste risposte, si è riuscito a creare un background di italiani di seconda generazione, che hanno un loro linguaggio, uno slang tutto proprio che è il linguaggio comune di Zero e degli amici di Zero.

Un elemento di autenticità è poi quello del ballo: il cast si trovava sul set e fra loro ballavano. Essendo il ballo un tema molto radicato nelle origini di alcuni di quegli attori, si è scelto di introdurlo anche nella serie proprio per questioni di verosimiglianza.

Role model: la mamma

Viene poi fatta una domanda solo alla componente femminile del cast, chiedendo a Virginia, Daniela e Beatrice se esista un supereroe (di qualunque genere, reale o immaginario) che sia loro di ispirazione nella vita quotidiana. Tutte e tre hanno dato la stessa risposta: la mamma (biologica o adottiva che sia).

Virginia è la prima a rispondere, dicendo proprio che La supereroina della mia vita è mia madre, per tutti i momenti difficili che ha trascorso personalmente.

Tocca poi a Daniela, l’unica ragazza nel gruppo di Omar. Ha sempre analizzato il proprio personaggio in funzione del ruolo che interpreta nel gruppo. Parlandone dice che Sara è una sovrana silenziosa: Sharif è il capo, Sara la guida. Ha una leadership molto chiara, non ha bisogno di alzare la voce per tenere coi piedi per terra il resto del gruppo. Per questo legge il suo personaggio usando una chiave personale: credo che il suo obiettivo sia sì salvare il barrio, ma soprattutto il suo vero obiettivo è stare con tutti. Ha un cuore dolcissimo anche se non sembra, è una donna anche se è una ragazza.

Tornando alla domanda principale, ci dice che La mia suepreroina sono due: la mia mamma biologica e quella adottiva, anche se una delle due nemmeno la conosco, perché entrambe a gesti mi hanno insegnato “fai quello che c’è da fare anche se è difficile e costa molta fatica”.

Beatrice conclude dicendo che anche la sua supereroina è la mamma, ma aggiunge: Va detto che abbiamo poche figure femminili da prendere come riferimento; se non la mia mamma, comunque, allora Amy Winehouse.

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