Batman v Superman: Dawn of Justice
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Batman v Superman: Dawn of Justice – Scontro tra titani

Batman V Superman: Dawn of Justice visto da Ciuovas

Batman V Superman: Dawn of Justice visto da Ciuovas

Se c’è una cosa per cui ho sempre apprezzato la DC Comics, è stata quella di aver dato luce alla luce il mio personalissimo Yin e Yang del mondo del fumetto: è stata infatti capace di creare sia il personaggio che più amo, sia quello che detesto di più. Sto parlando, ovviamente, rispettivamente di Batman e Superman.

E i due supereroi sono a loro volta l’uno l’opposto dell’altro: Superman è luminoso, perfetto (pure troppo), invincibile, moralmente integro; Batman è oscuro, vendicativo, ricco di difetti. Alieno e umano. Divino e mortale. L’elemento che forse ho sempre amato di più nel pipistrello è proprio la sua “umanità”: la totale assenza di poteri, sopperiti da una tecnologia incredibile, certo, ma soprattutto abilità fisiche e mentali nell’affrontare i propri avversari; Superman, invece, è alieno, ricco di superpoteri fantasmagorici e, diciamocelo, insopportabile come Topolino.

Ovvio quindi che sedendomi in platea il mio tifo e le mie simpatie sono andate contro mister perfettino; in attesa di conoscere l’esito dell’epico scontro, la memoria corre allo splendido volume di Miller: Il ritorno del Cavaliere Oscuro, in cui un Batman anziano e privo di speranze, torna a vestire i panni smessi del Pipistrello e finisce per scontrarsi proprio contro l’antico amico, Superman, in un’epica lotta senza esclusioni di colpi.

La pellicola si inserisce nel filone DC Extended Universe che, come per la Marvel, ha l’obiettivo di radunare tutti i suoi supereroi in un ciclo di film che si estenderà dal 2013 al 2020. Capostipite è il reboot L’uomo d’acciaio, pellicola che ha avuto ottimi consensi al botteghino ma decisamente meno dalla critica, nonostante attori del calibro di Russell Crowe e Kevin Costner. Con questo Dawn of Justice il filone riparte là dove Man of Steel si era fermato: Metropolis è stata messa in ginocchio dal Generale Zod e si è salvata solo grazie al celebre uomo d’acciaio che con sana modestia sceglie di farsi chiamare Superman. Allarmato dal crescente potere mostrato dal supereroe, arriva a Metropolis nientemeno che il celebre Cavaliere Oscuro. Tra il Crociato incappucciato e l’Uomo d’acciaio non tardano a scoppiare le scintille che ben presto si tramuteranno in uno scontro aperto: poteri semi-divini contro tecnologia e intelletto; il tutto sotto gli occhi di una preoccupata Wonder Woman, riesumata dai fasti della celebre serie TV anni ’70, mentre all’orizzonte inizia a concretizzarsi una minaccia comune.

In quanto sequel diretto del film del 2013, ritroviamo nel cast i volti che avevano contraddistinto quella pellicola. Accanto all’impomatato Henry Cavill (che non ha fatto mistero di essersi ispirato a Christopher Reeve) infatti, ecco il sempre ottimo Laurence Fishburne nel ruolo di Perry White e Amy Adams in quello dell’imbalsamata Lois Lane (forse si intuisce che non raccoglie le mie preferenze).

Sull’altra sponda DC, invece, assistiamo ad un cambio completo, l’ennesimo per quanto riguarda Batman (ma per i dettagli vi rimando all’ottimo articolo di Clack). Difficile immaginare nuovi volti capaci di rimpiazzare con efficacia quelli di Christian Bale e Michael Cane; l’arduo compito, con benedizione dello stesso Nolan, è stato affidato alla coppia Ben Affleck e Jeremy Irons, celebri il primo per aver dato vita ad un Daredevil talmente brutto da fare a gara con la Catwoman di Halle Berry ed il secondo per essere un ottimo attore generalmente impegnato in pellicole che definire di melma è fare un insulto ai ratti di fogna. Ma grandissimi attori sono entrambi (guardatevi Argo e La casa degli spiriti se avete qualche dubbio in merito) e qui devono portare sulle spalle un fardello a dir poco oneroso.

Per quanto mi piaccia Ben Affleck devo ammettere che fin dal suo annuncio sono stato tra quelli che hanno storto il naso, soprattutto perché, a mio avviso, privo del physique du rôle, non tanto per il Crociato, quanto proprio per il Miliardario. I panni di Bruce Wayne sono difficili da indossare: ancor più difficili di quelli del Pipistrello, dove anche una tutina grigia e le sopracciglia disegnate col gesso bianco possono aiutare a calarsi nella parte. Ma Bruce è carisma allo stato puro: è eleganza più che bellezza, è charme più che ricchezza. Bruce è un uomo capace di mostrare umile approvazione in qualsiasi contesto sociale senza far rimarcare che, se volesse, potrebbe comprarsi tutta la baracca senza battere ciglio.

La scelta della sceneggiatura, quindi, non è solo quella di dare un (ennesimo) colpo di spugna a quanto scritto finora, ma anche quella (ottima) di disegnare una coppia Bruce & Alfred completamente diversa da quella vista nella (troppo) recente trilogia di Nolan. Ispirandosi direttamente alla graphic novel di Miller, abbiamo un Batman avanti con gli anni (anche se non anziano), spossato da vent’anni di lotta impari contro il crimine ove appena eliminato un malvagio, uno nuovo è pronto a prenderne il posto; Bruce Wayne è tormentato dai propri fantasmi, spaventato dall’età che avanza e dalle forze che vengono meno, terrorizzato dall’arrivo di alieni con poteri impari e soprattutto accecato da un’ira che lo fa scendere a compromessi coi suoi dogmi più profondi.
Batman è corazzato, ma è lento, quasi goffo. La fluidità dei movimenti e del combattimento acrobatico sono un ricordo lontano (con l’eccezione di una sequenza che sembra presa dalla splendida serie di videogiochi della Rocksteady), a tratti imbarazzante. Vedere “questo” Batman fa stringere il cuore, eppure è proprio così che deve essere.
Discesa agli inferi, quindi, e redenzione in uno scontro che solo in superficie è quello tra due supereroi, ma che in realtà vede molti altri attori in gioco e che si fonda su un tema vecchio quando l’uomo: la mortalità e l’immortalità, l’umanità e la divinità. In una società in cui i poteri di Dio sono in mano ad un alieno che si sente umano, le regole devono essere riscritte.
Cosa accadrebbe se l’alieno dovesse improvvisamente decidere di non voler più aiutare la Terra, ma conquistarla o distruggerla? Chi potrebbe fermarlo? È giusto quindi abbatterlo prima che questa conversione possa realizzarsi? Ma soprattutto: quando c’è di umano in un dio?

Rivoluzione anche per Alfred: il maggiordomo con aplomb inglese scompare e arriva un ex militare che racchiude in sé anche il personaggio di Lucius Fox. Decisamente più giovane degli altri Alfred, al punto da ridurre pesantemente la forbice con l’età di Bruce; più vicino a lui, quindi, ma non per questo privo del sarcasmo che contraddistingue il personaggio.

Nota pesantemente negativa (l’unica a mio avviso): il villan della pellicola. Lex Luthor, il nemico mortale e giurato di Superman, qui appare troppo giovane e scanzonato; più simile a Joker che al genio del fumetto non si capisce bene da quale motore sia mosso e questo fa perdere forza al personaggio. Oscillando tra ricatti infami, complotti governativi e manie di strapotenza, Jesse Eisenberg ripropone il personaggio di Zuckerberg (The Social Network) invece che rendere onore ad un personaggio sicuramente complesso, ma senza pesanti eredità da reggere sulle spalle. Un’occasione sprecata.

Nel climax crescente della pellicola, Batman v Superman mette in scena uno dei combattimenti più spettacolari che io riesca a ricordare: più volte mi son dovuto trattenere dal saltare sulla poltrona per l’esaltazione. Epico al punto giusto, senza snaturare gli attori in gioco e dando ad ognuno il giusto ruolo, il giusto peso.

Da qui in poi devo fermarmi, ogni parola in più sarebbe uno spoiler.

Una sola cosa va sottolineata: è nata la Justice League, ora avanti col prossimo.



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