
La frustrazione esplose in tutta la sua furia, incendiata dalla rabbia contro l’orologio che ricordava quanto inesorabilmente i minuti stessero scivolando via veloci.
Lo specchio del bagno cedette sotto il colpo, frantumandosi e proiettando schegge ovunque. Michael guardò distrattamente le nocche ferite, plic plic plic, si sforzò per rallentare il respiro, lasciando che il cuore si sincronizzasse con le gocce cremisi che precipitavano nel lavandino del bagno. Thum-plic, thum-plic, thum-plic.
Quando alzò nuovamente lo sguardo, lo specchio in frantumi restituì un’immagine caleidoscopica del volto, disegnando geometrie impossibili che per un attimo sembravano scrutarsi le une con le altre.
Michael chiuse gli occhi di nuovo, con forza, concentrandosi solo sul battito del cuore.
Quando finalmente li riaprì il caleidoscopio era sparito, davanti a lui uno specchio rotto, e nulla più. Sorrise pensando a quanto gli sarebbe costato cambiarlo, e che solo alcuni giorni prima aveva visto un’offerta in un discount che sembrava fare al caso suo.
Ecco di cosa aveva bisogno: normalità. Pianificazione a lunga distanza. Spostare il focus su qualcosa di semplice, di manipolabile. Qualcosa che non si ostinasse nello sfuggire al suo controllo, come l’appuntamento che il destino aveva con Steven per quella sera stessa.
Rimandare di un anno? Inaccettabile.
Affidarsi al caso? Ancora meno.
Steven era il suo uomo, il suo fratello del cuore. Per lui solo il meglio. Per lui tutta la cura che avrebbe potuto metterci.
Aprì l’acqua e lasciò che lavasse via il sangue dalla mano. Respirò a fondo, concentrandosi sulle volute che il rivolo disegnava nella ceramica bianca poco prima di sparire nello scarico.
Attese finché il freddo non fu più doloroso dei tagli, quindi chiuse l’acqua e controllò che le nocche avessero smesso di sanguinare.
Chiuse gli occhi un’ultima volta, il cuore finalmente calmo e sotto controllo. Spense la luce del bagno, ignorando lo strano riflesso che per una frazione di secondo fece capolino tra i frammenti di vetro, etichettandolo come semplice aberrazione luminosa.
Michael andò in cucina: un caffè era quello che ci voleva per schiarirsi le idee. Mentre lo preparava notò una scheggia ancora infilzata nella commessura tra indice e medio; prese una pinzetta dal cassetto e la estrasse delicatamente, guardando la stilla che ne sgorgò.
Quando rimise la pinzetta nel cassetto notò una busta da lettera abbandonata. Conteneva le prayer card di Alan e John. Aveva dimenticato di averle lasciate lì, ma mentre le apriva e indugiava sulle foto degli amici scomparsi, l’idea tanto attesa esplose nel suo cervello con la limpidezza del sole.
Steven. Steve era il suo preferito. Il migliore. Meritava il meglio. Meritava una festa. Una festa prima e una dopo. Lo avrebbe chiamato con la scusa di comprare insieme il nuovo specchio del bagno, gli avrebbe chiesto di aiutarlo a montarlo, mostrandogli la mano ferita.
“Sono proprio un idiota, Steven… volevo togliere le schegge e mi sono ferito!”
Allora Steven avrebbe riso, bonariamente. Lo avrebbe preso in giro per la sua goffaggine. Forse lo avrebbe anche sfottuto un po’, ma poi gli avrebbe dato una pacca sulla spalla, come faceva sempre lui, e avrebbe accettato. A quel punto sarebbero stati in casa e gli avrebbe proposto di celebrare la memoria degli amici scomparsi.
Sì: avrebbe avuto senso. Avrebbe funzionato: “lo so che non vuoi più festeggiare Halloween”, così gli avrebbe detto. Dopo Alan, Steven non festeggiava più Halloween in onore dei fratelli perduti, ma non avrebbe mai rifiutato di bere alla loro memoria.
E avrebbe bevuto. Sì. Avrebbe bevuto moltissimo.
Alla memoria.
E così Michael: anche lui avrebbe bevuto molto, solo un pochino meno di Steven. Quel che sarebbe bastato per fare quello che andava fatto.
Uno specchio: la rabbia trasformata in occasione. La furia che diventa possibilità.
L’orologio continuava a ticchettare inesorabile come una clessidra con la sua sabbia, ma ora, finalmente, non era più un conto alla rovescia per la frustrazione di Michael, bensì lo scandire dell’eccitazione malata che ne metteva in moto le macchinazioni.
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