Un Halloween – Capitolo 4

Mentre lui sorseggiava, Michael fissava il vuoto, tornando con la mente a quello strano specchio, che sembrava avergli catturato il sorriso per poco più di un attimo.
Si alzò improvvisamente, tenendo gli occhi incollati a quel corridoio che si allungava e accorciava come il mantice d’una fisarmonica.
Doveva tornare in bagno.
Quel vino che Steven aveva preso al supermercato aveva un retrogusto che avrebbe paragonato solo al sapore di morte, se solo ne avesse fatto diretta esperienza.
«Vado in bagno», sbiascicò all’amico.
Attraversato quel mantice, arrivò al lavandino, lasciando la porta aperta alle sue spalle. Si lavò la faccia, cercando gocciolante e a tastoni l’asciugamano: sentiva le braccia pesanti, come portassero il peso dei loro gesti.
Poi guardò il suo riflesso: era più scavato del solito, o forse erano i lineamenti sfocati dall’alcol.
D’un tratto quel nuovo specchio si squarciò: una crepa partì dal centro fino a disegnare una ragnatela tripartita. Alle sue spalle, Michael aveva tre corridoi identici.
Alla fine di ognuno, una figura. Una sagoma: un uomo, con ogni probabilità, che lo scrutava, con la testa leggermente inclinata sulla sinistra.
«Che diavolo sta succedendo?», gelò.
L’uomo alla fine del corridoio si avvicinava lentamente e inesorabilmente, alla stessa velocità con cui il suo cuore abbandonava la cassa toracica e risaliva fino a insinuarsi in gola.
Michael non colse subito un dettaglio fondamentale.
Quell’uomo, che procedeva alle sue spalle attraversando il corridoio, non era lo stesso.
Tre uomini per tre corridoi.
Scorse il dettaglio poco alla volta: la prima sagoma, sanguinante, aveva l’incedere di Alan.
La seconda aveva in mano un attrezzo e uno sguardo che, sebbene sfigurato, avrebbe riconosciuto tra mille: il viso di John, sempre più vicino, che stava progressivamente riempiendo l’intera superficie del frammento riflesso.
I suoi occhi si concentrarono allora sulla terza figura, ben diversa da quella che si sarebbe aspettato di trovare: quella sagoma era la sua. Esanime, a terra. Strisciava, con una mano che alzata invocava aiuto.
Michael sobbalzò. Scosse la testa per riprendersi.
Lo specchio tornò come nuovo: ora non vedeva altro che la sua faccia scheletrica e spaventata.
«Non dovevo bere così tanto», rimuginò.
Pensò di rinunciare a uccidere l’amico, quella sera. Non riusciva ad afferrare un asciugamano, figuriamoci sferrare un colpo a Steven, che chissà da quanto, ormai, stava aspettando seduto davanti al bicchiere.
Tornò quindi da lui, quasi barcollante, tenendo a mente le immagini di un minuto addietro.
Sospirò davanti a Steven, rassegnato e al contempo rasserenato.
«So cosa vuoi fare stasera», tuonò nel silenzio l’amico.
«Cosa?», scattò.
«Non c’è due senza tre»
«Di bottiglie?»
«Non ci provare. Ti conosco. Forse hai potuto fregare la polizia, ma non chi li conosceva. Alan controllava la sua Ford di continuo, John sarebbe morto da stupido, stando alle carte, ma sappiamo entrambi che era molto attento nel suo lavoro. Ho due domande per te».
Micheal notò subito che negli occhi dell’amico non c’era paura, né rabbia, né tristezza per gli amici scomparsi. Era come se Steven fosse semplicemente offeso. Ma per cosa? Non riuscì a capirlo. Parlava come si parla del più e del meno. I suoi omicidi furono posti sullo stesso piano del meteo.
«Non so di che stai parlando», rispose, eludendo le accuse e abbassando il suo indice puntato.
«Partiamo con la prima. Non c’è due senza tre. Ma chi ti dice che il terzo sarò io?».
L’anima di Michael si pietrificò, mentre la sua postura tornava al bicchiere, quando d’improvviso un suono ne interruppe il tremolio: din don.

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Alessia
Alessia Fazzari sogna un mondo gentile senza film romantici. Con la stessa coerenza, studia lettere ed è da poco giornalista, ma passa il tempo a spiegare perché il 73 sia il numero perfetto. Se non la trovi, la puoi tranquillamente cercare tra una lamentela, un caffè e una polemica sull’importanza della lettura e del latino come strumenti di consapevolezza sociologica. Ma, sempre e comunque, nei pressi di carta e penna.