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5 motivi per guardare Sense8 su Netflix

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Dopo aver letto l’articolo introduttivo di Solidea ed essermi incuriosito al fenomeno Sense8, non ho potuto fare a meno di divorare questa interessantissima serie dalla produzione che definire “travagliata” è mero eufemismo.

Il risultato è stato entusiasmo puro e, grazie anche ad una pausa vacanze che mi ha impedito l’indigesto binge watching, ho potuto centellinarmi i 24 episodi rendendoli la mia compagnia per questa estate.
Ora che ho terminato la visione, è giunto il momento di fare qualche bilancio: per me è un enorme sì, ed ecco quindi quelli che, a mio avviso, sono cinque ottimi motivi per guardarla, se non lo avete ancora fatto.

I protagonisti

Una serie, otto protagonisti sparpagliati in tutto il mondo. I personaggi sono belli, azzeccati, delineati con la cura di un cesellatore e dannatamente imperfetti: fuoriescono dagli stereotipi di genere e regalano momenti di una empatia eccezionale. Sono talmente tanti e talmente diversi che è impossibile non trovarne almeno uno o due con cui sentirsi in sintonia. Che siate appassionati di fitness o di arti marziali, che vi piaccia la musica o la chimica (evito di chiedervi se siete degli scassinatori) sicuramente finirete con l’empatizzare con questi protagonisti. Non vi piaceranno tutti allo stesso modo e ne avrete certamente uno preferito, ma il punto è che nessuno di questi è perfetto a prescindere: eccezionale in quello che sanno fare meglio, ma per tutto il resto sbagliano, fanno errori madornali, mentono, ingannano, cercano di salvarsi da un mondo che fa fatica ad accettarli. Ma, sopra ogni altra cosa, amano qualcosa e/o qualcuno più di loro stessi e tutti prima della fine sono capaci di accettare i compromessi che la vita normalmente chiede di abbracciare per far sì che l’amore faccia parte della nostra esistenza. Perché senza di quello, come dice Amanita nel finale, non ha alcun senso vivere.

Siete curiosi di sapere chi è il mio preferito? Sicuramente Lito Rodriguez.

I coprotagonisti

Otto protagonisti e ognuno ha almeno uno/due coprotagonisti; a volte di più. Quando nel finale sono tutti assieme, formano un vero esercito. Impressionante concepire così tanti personaggi tutti ben definiti e concreti, scolpiti a tutto tondo.
Dopotutto nessuno di noi è se stesso se non consideriamo la relazione che quotidianamente ci collega alle altre persone che ci circondano. Questi coprotagonisti hanno contribuito a dare spessore agli Otto, ce li hanno fatti conoscere, li hanno sfidati e messi alla prova e alla fine ne sono usciti tutti vincitori.
Tra i miei preferiti sicuramente la già citata Amanita, interpretata dalla bellissima e bravissima Freema Agyeman (già Martha Jones in Doctor Who ai tempi di Tennant) e The Bug, folle hacker americano che sì, sembra poter entrare in qualsiasi sistema informatico del mondo in un attimo, ma è socialmente completamente disadattato.
Ma che dire della “famiglia” di Lito? Con Hernando e Daniela formano un trio semplicemente fantastico.

I dialoghi

Sono il vero punto forte di questa serie, secondo me. I dialoghi e le storie secondarie, parallele al plot principale. Onestamente credo non mi sia mai capitato di essermi entusiasmato molto sia alle sotto trame che a quella di base; eppure è proprio così. I dialoghi tra Amanita e Nomi, i monologhi innamorati di Hernando, la follia distruttiva di Wolfgang, il compromesso tra fede e ragione di Kala, il misticismo di Sun, il rapporto tra Will e il padre (Joe Pantoliano, sempre stupendo), e potrei andare avanti a lungo: metà del copione sarebbe da stampare e appendere in casa, sotto vetro, da leggere e rileggere per ricordarsi cosa vuol dire essere davvero vivi.

Diverso è bello

Il genio visionario delle sorelle Wachowski ci ha già portato a vivere universi interi grazie a Matrix e a Cloud Atlas. Con Sense8, però, l’asticella viene portata ad una vetta nettamente superiore. Niente effetti fantasmagorici, scene memorabili o tecniche innovative di ripresa: solo la cruda e bellissima diversità umana. Quello che ci viene mostrato, oltre al plot base del prossimo stadio evolutivo, è la banalità del diverso: siamo costretti a confrontarci, episodio dopo episodio, col concetto di “normale” e a vederlo smantellato pezzo dopo pezzo, scardinato dalle nostre convinzioni primordiali per essere assemblato su un piano più elevato.

Non si tratta unicamente di premere l’acceleratore verso un’accettazione della comunità LGBTQ+; siamo invece di fronte a qualcosa di molto più profondo: possiamo anche mettere la testa nella sabbia, ma questo non cambia la realtà delle cose, e le cose (umane) non sono binarie. Non esistono maschi e femmine: la fluidità di genere è una realtà che, prima o poi, riusciremo tutti ad accettare così come per secoli abbiamo faticato ad accettare che fosse la Terra a muoversi attorno al Sole. Ma questo è un processo doloroso, difficile, che apre una lotta continua e costante con pregiudizi e barriere di ogni genere.
Con la scusa del Sense8 (su cui si focalizza l’attenzione del “diverso”), cade completamente il concetto di diversità basato sull’appartenenza di genere: l’essere etero, gay, pansessuali e così via non è altro che una delle molte caratteristiche umane, come il colore dei capelli o degli occhi.

Non voglio farmi illusioni: gli umani si considereranno tutti uguali tra loro solo dopo che verremo visitati da alieni di altri mondi e avremo trovato un nuovo “diverso” da combattere; ma per ora sono felice di aver fatto la conoscenza di altre normalità, diverse dalla mia, eppure ugualmente e semplicemente umane.
L’interpretazione che Jamie Clayton (donna trans) dà di Nomi è semplicemente meravigliosa, così come il suo rapporto con Amanita (donna gay) e i suoi tre papà, e mette in piazza una relazione d’amore che scardina i normali preconcetti che vedono il trans come un uomo (brutto) operato per assomigliare ad una donna (senza riuscirci) interessato a relazioni di solo sesso (magari a pagamento) con altri uomini.
No: la vita, quella vera, è un’altra cosa. Ed è bellissima.

Allo stesso modo vediamo Lito alle prese con il bisogno di nascondere la propria natura per colpa di un’industria (cinematografica) e di un Paese (il Messico) che non lo accetterebbe nel ruolo di action man gay. Potrei spendere mille parole sul suo coming out, ma meglio di me lo ha già fatto in passato la meravigliosa Ellen Page, durante il discorso di apertura della conferenza Time to Thrive dell’organizzazione LGBT Human Rights Campaign. Il video è disponibile su YouTube: se non lo avete ancora visto, correte a farlo. Se lo avete già visto, riguardatevelo.

E che dire di Kala Dandekar? Ho avuto colleghi indiani, in passato, e so quanto le pressioni della società siano incredibilmente violente in India, soprattutto per quanto riguarda il convolare a nozze. Kala si trova ad amare due uomini contemporaneamente e se le regole della società le imporrebbero di fare una scelta, lei su ottimo suggerimento di Bug, ne fa una nuova, “diversa”: perché dover scegliere un solo uomo amato, quando si possono avere (ed amare) entrambi?
Eccezionale, infine, il rapporto di Sun con un altro tipo di costrizione sociale: quella orientale che vede e vuole la donna su un piano inferiore a quello degli uomini. Ha promesso a sua madre, sul letto di morte, di badare al fratello: lei, per questo (folle) senso del dovere, accetta di farsi carico delle azioni illegali da lui commesse, andando in prigione al posto suo per non screditare il nome della famiglia: dopo tutto il nome di una donna non vale come quello di uomo, giusto?
Ecco un’altra normalità che va scardinata con tutte le forze di cui siamo capaci.

Le location

Sense8 è stato un progetto faraonico, per una serie TV: decine di location, troupe sparpagliate in mezzo globo, e attori che hanno fatto 4 volte il giro del mondo per completare tutte le riprese (oltre 100 mila miglia in volo effettuate).
Non mi stupisce che sia incappato in cancellazione: il costo per episodio ha sfondato quota 9 milioni di dollari. Per intenderci: il costo medio degli episodi di The Game of Thrones è di 6 milioni. Davvero troppo per un’audience limitata agli utenti Netflix.

Eppure le location sono proprio uno dei punti forti. Da Nairobi a Mumbai, da Berlino a Reykjavik, da Londra a Città del Messico per non parlare del Season Finale che ci ha portati anche nella nostra Napoli (con scene mozzafiato dei palazzi storici) con tanto di omaggio alla celebre pizza; i personaggi di Sense8 ci hanno fatto vivere la quotidianità di quei Paesi, delle città e delle nazioni. La difficoltà della corruzione e della violenza in Kenya; l’affollamento indiano; la poetica dolcezza di San Francisco e l’armonia del paesaggio islandese: senza queste location lo show non avrebbe funzionato altrettanto bene.

Ecco: questi sono i cinque motivi per cui secondo me Sense8 merita di essere visto e vissuto.
La cancellazione ha dato un colpo di spunta a tante, troppe, sotto trame lasciate in sospeso: che ne sarà della carriera hollywoodiana di Lito? Oppure risolte in modo frettoloso, come i crimini di Sun, o ancora appena abbozzati come la cerchia di Lila Facchini (interpretata da Valeria Bilello) che avrebbero potuto rivelare plot interessanti; i cliffhanger lasciatici in eredità dalla seconda stagione resteranno fondamentalmente sussurrati ma, nell’economia globale, forse le cinque stagioni preventivate erano persino troppe.

Abbiamo una conclusione, ed è una di quelle dalla carica emotiva straordinaria. E va bene così: è abbastanza “normale”.

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