Star Trek: Discovery - Analisi dell'episodio pilota - Nerdando.com
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Star Trek: Discovery – Analisi dell’episodio pilota

Star Trek: Discovery

Star Trek è morto. Viva Star Trek.

Se sei un vero trekker sai bene che la giusta collocazione del tuo franchise preferito non è il cinema, ma la televisione. Certo le produzioni per il grande schermo danno la possibilità di veder messi in mostra effetti, costumi, scenografie eccezionali; tuttavia non è quello il vero spirito Trek: non lo è mai stato. Abbiamo amato e continuiamo ad amare fondali fatti col polistirolo, raggi laser posticci ed effetti a dir poco ridicoli; questo perché il trekker è avvinto da altri meccanismi: analisi della società, scontri sociali, amori impossibili, senso della dignità, del dovere e dell’onore sopra ogni altra cosa. Il trekker crede che un futuro migliore, uno in cui gli uomini hanno messo da parte le loro rivalità e collaborino tutti insieme con lo scopo di migliorare loro stessi, sia possibile. Ora.
Per questo la casa di Star Trek è la televisione, perché occorre tempo per analizzare e sviscerare con calma tutti gli elementi che formano l’universo psicodinamico messo in scena; tempo per capire e apprezzare le (solo) apparenti incongruenze di un apparato militare che si dedica all’esplorazione, alla pace e alla scoperta. Per capire che i tuoi amici sono la tua famiglia (Guardiani della Galassia, battete un colpo) e che ci si può scontrare senza mancarsi di rispetto, senza smettere di amarsi l’un l’altro.

Dopo la prematura scomparsa di Enterprise, nel 2005, noi trekker siamo rimasti a bocca asciutta. Non starò a dilungarmi con disquisizioni in merito al reboot di J. J. Abrams, che veleggia tra alti e bassi; concentriamoci invece sulla notizia bomba: Star Trek è tornato.
Ormai se ne parlava da più di un anno e finalmente approda su Netflix la prima stagione di ST:Discovery. Ovviamente non mi sono fatto sfuggire l’occasione di tornare un po’ bambino e mi sono immerso in questo strano nuovo mondo.

Recensione

D’accordo: stiamo parlando di un franchise storico che ha rivoluzionato il concetto di fantascienza e che ha dato il via ad una nuova consapevolezza all’interno della cultura americana. Gene Roddenberry ha fatto la storia, ma ora la storia siamo noi.
Ci vuole tanto coraggio a mettere mano ad un franchise come Star Trek: se resti troppo aderente al passato, finisci per scatenare paragoni dai quali si esce giocoforza con le ossa rotte; se ti allontani troppo, invece, scontenti quelli che vorrebbero altre venti stagioni di TOS, magari con gli attori originali, magari ventenni.
Io sono cresciuto con Star Trek, ho visto tutto il vedibile (più volte) e mi è piaciuto tutto. Anche i film brutti cone Nemesis. Anche gli episodi noiosi coi Ferengi. Perché Star Trek va al di là delle singole preferenze (c’è un intero universo di personaggi e un altro intero universo di trekker che li amano): è un modo di vivere, un modo di concepire la fantascienza, un modo di sognare.
Per questo i primi due film del reboot non sono Trek, mentre lo è infinitamente di più il fan film Axanar.

Non voglio dilungarmi oltre. Se la domanda cruciale è: Discovery è una serie Trek? La risposta è sì: oltre ogni aspettativa.
Non solo con Discovery Star Trek è tornato davvero, ma ha dato la dimostrazione che è possibile innovare senza snaturare; le difficoltà erano enormi: la televisione è cambiata, il pubblico di conseguenza. Se Enterprise è stato cancellato dopo solo quattro stagioni la ragione è solo una: era un prodotto vecchio, concepito secondo standard che non rispecchiavano più i gusti del tempo. Sceneggiature fragili e personaggi opachi, cliché visti e rivisti milioni di volte. Ho adorato Enterprise, ma non posso biasimare il pubblico per averlo abbandonato in massa.
La sfida, quindi, era questa: come confezionare un prodotto nuovo senza snaturare lo spirito del franchise?
E la risposta è stata più semplice di quanto non ci si potesse attendere: avendo il coraggio di cambiare le carte in tavola. Un giorno uno sceneggiatore hollywoodiano disse: Star Trek è come una meravigliosa scatola di costruzioni, puoi farci quello che vuoi ma alla fine devi rimettere tutti i pezzi a posto, così che dall’avventura successiva si riparta da capo.
Questo modo di fare serial non è più accettabile. E da quel che ho potuto vedere dai primi due episodi di ST:Discovery la lezione è stata ben appresa.

Si comincia col cambiare il punto di vista. La figura centrale non è più il capitano del vascello, ma il suo primo ufficiale. Quel Numero Uno che qualunque trekker sa cosa voglia dire: quasi alla vetta dalla linea di comando, ma un passo indietro. Potere decisionale “quasi” assoluto, perché la plancia è il regno del capitano, non del comandante. Aggiungiamo a questo personaggio una storia travagliata: un passato drammatico sanato dalla scissione culturale in due nature che cozzano per tutta la vita. Spock, Worf, Odo, Sette di Nove, B’elanna, sono solo alcuni dei personaggi che per tutta la vita hanno dovuto far coesistere due anime in profondo contrasto tra di loro. Aggiungi poi un equipaggio multirazziale, per mettere a contrasto (restando sullo stesso piano) modi diversi di concepire l’esistenza e la vita. Completa tutto con una sceneggiatura in cui viva quel delicato equilibrio tra formalità e colloquialità, rigore militare e confidenza, rispetto e sfottò.
Aggiungiamo anche una profonda orizzontalità della trama, in cui gli episodi sono concatenati (questa è l’idea che mi sono fatto) e che non veleggiano come entità a sé stanti fruibili quasi in qualsiasi ordine.
Mescoliamo tutto in una produzione che non lesina sul budget e quello che otteniamo è un prodotto nuovo, brillante, che non dimentica il passato ma che non ha paura di vivere nel futuro.

Cast

Dopo due episodi abbiamo visto solo una parte del cast. Non si sono ancora palesati né la USS Discovery, né l’attesissimo Gabriel Lorca, interpretato da Jason Isaacs. Tuttavia abbiamo potuto ammirare un ottimo Sarek, interpretato da James Frain (Gotham, i Tudors), classico punto di contatto con il franchise, e una splendida Michelle Yeoh, nei panni di Philippa Georgiou, che regala alla USS Shenzhou un capitano eccezionale.
Ma, naturalmente, il peso dell’intera opera è sulle spalle di Sonequa Martin-Green (The Walking Dead), che interpreta Michael Burnham protagonista della serie. Se le sue spalle saranno grandi abbastanza lo scopriremo solo procedendo con gli episodi, per ora è innegabile che sia stata una scelta illuminata. Interpretazione intensa, credibile ad ogni battuta, ad ogni inquadratura. Era uno dei pochi attori che ammiravo davvero in TWD, non potrei essere più contento di vederla in ST.
Ma se il lavoro degli sceneggiatori è stato eccelso, quello degli attori addirittura sublime: avevano il difficile compito di farci innamorare di questo nuovo Star Trek nel giro di un doppio episodio.
Ci sono riusciti in meno di cinque minuti.

Star Trek: Discovery

Scenografie

Belli i costumi, belle le divise, belli i badge con il grado.
E l’impianto visivo? Noi trekker siamo sempre stati abituati bene: grandi scenografie, effetti speciali, trucchi. Ora moltiplichiamo tutto per un bugdet che ha sfondato gli 8 milioni di dollari per 15 episodi (contro una media di 22 delle vecchie serie) e avrete un’idea dell’incredibile impatto visivo regalato da Discovery. Incoerente con la linea temporale? Certo, ma chi mai oggi accetterebbe di vedere pulsantoni, monitor a tubo catodico e lucette bippanti?
La plancia della USS Shenzou (set dei primi due episodi) è stratosferica: cupa al punto giusto da dare quel tono di drammaticità necessario, con uno schermo panoramico lungo metri e metri per quasi 180 gradi di puro spettacolo davanti alla struggente bellezza dello spazio profondo.
Non vedo l’ora di scoprire la USS Discovery.

Alcuni momenti sono stati capaci di regalare autentici brividi di emozione. Senza spoilerare: l’immagine nella sabbia prima della sigla (per altro molto azzeccata), mi fa accapponare la pelle a ripensarci anche dopo ore. Strepitoso.

Klingon

Lo stile dei nuovi klingon è stata a lungo oggetto di discussione nel fandom. Come giustificare la loro diversità?
Personalmente ritengo la questione totalmente sterile. Enterprise si è prodigato anche per spiegare la differenza tra i klingon di TOS e quelli successivi, ma è stato un fanservice. Non ce n’era bisogno: sospendiamo l’incredulità per credere a cose come il teletrasporto e la fusione mentale vulcaniana e poi non siamo in grado di accettare un cambio nel reparto trucco a distanza di 60 anni? Ridicolo.
Ad ogni modo viene fornita la spiegazione con la divisione in differenti casate. Ma a parte lo “spiegone” il punto è che questi klingon fanno una paura del diavolo: non solo sono i guerrieri che devono essere, ma ne hanno anche l’aspetto. E le loro armature, che ricordano vagamente lo stile mongolo e bizantino, sono un chiaro omaggio ai primissimi klingon di TOS. Stupendi.

Star Trek: Discovery

Conclusioni

Star Trek è tornato, ed è (finalmente) nuovo. C’è tutto quello che deve esserci: teletrasporto, pathos, xenobiologia, etica della Federazione, logica vulcaniana; ma c’è anche molto di più: livelli di epicità stratosferici, mai visti prima nelle serie del franchise; ritmo sostenuto, dinamismo, un equipaggio in evoluzione e non cristallizzato nel tempo.

Star Trek è vivo. Viva Star Trek.

Nerdando in breve

Star Trek: Discovery è la dimostrazione che è possibile mantenersi rispettosi del passato, confezionando un prodotto tutto nuovo.

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