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Strain – I manga non sono poi così male

La copertina del primo numero di Strain

La copertina del primo numero di Strain

Pomeriggio alla biblioteca del fumetto, Spazio WOW di Milano. Il luogo è ben noto agli amanti meneghini dei comics, ne abbiamo già parlato tempo fa quando visitammo la splendida mostra su Il Signore degli Anelli.

Mentre mia figlia si delizia con un magnifico laboratorio in cui Snoopy e plastilina diventano una cosa sola, io mi aggiro tra gli scaffali buttando qua e la occhiate curiose.

Al terzo giro di boa mi cadono gli occhi su una intrigante edizione Star Comics, il titolo è accattivante: Strain. Cinque volumi da un centinaio di pagine l’uno. Solo per adulti.

Controllo il cronometro, mancano 90 minuti alla fine del laboratorio. Sì: posso farcela agilmente.

Prendo i volumi, guadagno una sedia e mi svacco immergendomi in uno dei contesti a me meno noti in assoluto: il manga.

Intendiamoci, conosco centinaia di anime, ma con i manga ho sempre avuto un rapporto di rispettosa diffidenza: in genere non amo lo stile (sia grafico che di lettura) con la sola eccezione del maestro Jiro Taniguchi (L’uomo che cammina su tutti) e non mi piace divorare i fumetti alla velocità della luce. Per quanto mi riguarda il fumetto deve essere come un libro, da gustare, leggere e assaporare tavola dopo tavola. Magari tornando indietro più e più volte, per apprezzare tutte le sfumature di disegno e testi.
Tuttavia apprezzo della cultura giapponese il considerare il fumetto opera d’arte letteraria, cosa che alle nostre latitudini spesso manca.
Affronto quindi la lettura con gusto neofita e naif, cercando di scoprire se la prima impressione è stata corretta o meno.

Nonostante i miei pregiudizi in merito, però, c’è qualcosa che fin dalle prime pagine mi incolla a questa titolo di metà anni ’90. Il tratto curato e retrò, ma pesantemente disomogeneo: alterna tavole pittoriche ad altre scarabocchiate, come a voler sottolineare il pathos del momento grazie ad un cambio di registro (cosa ben nota nei linguaggi cinematografici e letterari) tanto repentino quanto inatteso.
La storia contiene tutto quello che ci si può aspettare da un action nipponico: droga, armi, mafia, grandi corporazioni, sesso, omicidi, prostituzione, vendetta, redenzione e molto altro. Il protagonista assoluto è Mayo, un killer professionista con un passato misterioso e torbido. Vende le proprie prestazioni per un prezzo irrisorio (potremmo dire cinque euro), perché tale è il valore che lui da alla vita umana. A quella di tutti, compresa la sua. Il motivo? Si scopre solo molto tempo dopo.

Tramite un contratto non portato a termine, Mayo viene a conoscenza dell’esistenza di una giovane, giovanissima, prostituta che diventerà in breve il proprio “pulcino” da accudire e proteggere. Su di loro, infatti, cala violenta la mannaia della famiglia Kusaka, potente e spietata, che cerca di cancellare un passato scomodo per poter mettere le mani sul mercato del petrolio e diventare una super potenza mondiale al pari di quelle occidentali.

E non è che l’inizio.

La storia porta rapidamente verso una spirale di violenza, sesso sporco e disturbante, omicidi e rimescolamenti di carte inattesi. I personaggi sono tutti molto ben tratteggiati, con approfondimenti psicologici particolareggiati ed evoluzioni inattese che mi hanno tenuto sul filo dalla prima all’ultima pagina. Nessuno è quello che sembra e alla fine nessuno dei molti protagonisti (nemmeno i più marci e corrotti) saranno quelli che abbiamo imparato a conoscere pagina dopo pagina.

Le persone non sono solo bianche o nere, i traumi del passato tornano prepotenti nel presente ed influenzano le nostre scelte future. Ecco come uno “yakuza” finirà col rinnegare il proprio credo, le proprio regole d’onore; come i figli degli stupri del Vietnam diventeranno crociati in cerca di redenzione per le loro madri, con cui da sempre hanno un rapporto di amore-odio; come anche il più laido degli assassini e stupratori troverà modo di confrontarsi con le proprie ombre e rimettersi in discussione. Magari uscendone sconfitto, ma non senza aver tentato.
Stupri, torture, violenze sbattute in faccia al lettore, ma mai gratuite, fanno da cornice ad una discesa e risalita dagli inferi, dove un finale agrodolce lascia un senso di completezza come raramente avevo trovato in altri fumetti.

Quando sollevo gli occhi dall’ultima pagina del quinto volume sono passati 88 minuti. Ho iniziato e completato un viaggio alla scoperta di una faccia poco nota della cultura nipponica, e se il fumetto, nel suo complesso, è accompagnato da un retrogusto vintage, non posso che confermare la sensazione iniziale: Strain è un piccolo gioiellino che vale la pena possedere in libreria, per avere uno spaccato di mondo molto più prossimo al nostro di quanto non vorremmo considerare.

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