Ho sempre amato il cinema in ogni suo genere, ma ce n’è uno che mi ha scelta quando ero una bambina e non mi ha più lasciata andare.
Il mio primo horror è stato The Ring, visto di nascosto quando avevo sette anni. Una scelta probabilmente discutibile per una bambina così piccola, ma che ha avuto una conseguenza inevitabile: non ho più smesso. Anzi, con il passare degli anni ho iniziato a scavare sempre più a fondo, passando dai titoli più conosciuti a opere sempre più oscure, disturbanti e difficili da dimenticare.
La tana del Bianconiglio, in fondo, è molto più profonda di quanto sembri.
E proprio mentre pensavo a quanto ancora ci fosse da esplorare, un annuncio ha attirato la mia attenzione: Mike Flanagan, mio unico e solo Dio, porterà sul piccolo schermo una nuova versione di Carrie – Lo sguardo di Satana.
Non nascondo l’entusiasmo: tutto ciò che passa dalle mani di quell’uomo si trasforma in oro. Ma capiamoci, Carrie è un capolavoro dell’horror a prescindere da qualsiasi nuovo adattamento.
Del film di Brian De Palma si è parlato moltissimo. Si è analizzato il rapporto tra genitori e figli, il bullismo, il fanatismo religioso, il trauma adolescenziale. Tutto giusto, ma c’è un aspetto che secondo me spesso passa in secondo piano: in Carrie i personaggi che muovono davvero la storia sono donne.
Carrie, Margaret, Chris, e Sue sono il motore dell’intero film. Sono loro a compiere le scelte che determinano la tragedia finale. Sì, ok, Tommy è carino. Ma, a parte prendersi una secchiata in testa, cosa combina?
Il conflitto, il sangue, la tragedia… tutta una faccenda femminile.
Ed è proprio qui che ho iniziato a pensare che forse l’horror sia molto più femminista di quanto siamo abituati a pensare.
L’horror non si limita a mostrarci come vittime. Certo, la vittima è una figura fondamentale del genere, ma non è l’unica. Ci sono madri, figlie, mogli, amanti, sopravvissute e carnefici. Ci sono donne spezzate dal trauma e donne che trasformano quel trauma in qualcosa di distruttivo.
È quasi ironico pensare che un genere costruito spesso sull’impossibile e sul soprannaturale riesca a raccontare con così tante sfumature qualcosa di profondamente umano.
Carrie
Prima ancora di essere una ragazza con poteri telecinetici, Carrie è una vittima.
È una giovane donna cresciuta in un ambiente che non le permette di esistere davvero: a scuola viene umiliata, mentre a casa è oppressa da una madre incapace di distinguere la fede dalla crudeltà. Cresce convinta che il suo corpo sia una colpa, che essere donna significhi peccare e che ogni desiderio debba essere represso.
Possiamo dare a Margaret il premio Anna Maria Franzoni? Grazie.
La tragedia di Carrie nasce proprio da questo: non è un mostro nato dal nulla, ma lo diventa agli occhi degli altri nel momento in cui decide di smettere di subire.
Sinceramente credo che pure il Dalai Lama, dopo anni di quel trattamento, avrebbe sbroccato come lei.
Audition
Con Audition, Takashi Miike costruisce uno dei ribaltamenti più belli del cinema horror.
All’inizio sembra che la storia appartenga a Shigeharu: un uomo che, rimasto vedovo, organizza un finto provino per trovare la compagna perfetta. Perché chiaramente partecipare a Uomini e Donne sarebbe stato troppo semplice.
Asami sembra incarnare proprio questo ideale: bella, gentile, educata, fragile. La classica ragazza da proteggere. La mia bimba bellissima, posso abbracciarti? Piangiamo insieme e poi ci vendichiamo dei Gianpirli che abbiamo conosciuto.
Ma è proprio qui che quel pazzo geniale di Miike ribalta tutto. Per gran parte del film guardiamo Asami attraverso gli occhi di Shigeharu, finendo anche noi per vedere la donna perfetta che lui desidera vedere. Poi, lentamente, quella maschera si sgretola e ci costringe a rimettere in discussione tutto ciò che credevamo di sapere su di lei.
Dietro quell’apparente fragilità si nasconde una donna segnata dal dolore e dagli abusi, che rifiuta di essere ancora una volta l’oggetto dello sguardo maschile. E, sinceramente, la si ama proprio per questo. Anche dopo aver visto cosa serve agli ospiti nella ciotola del cane.
The Woman
Mio grande trauma.
Film bellissimo, non fraintendermi. Ma quando l’ho visto mi ha trasmesso la stessa angoscia che provavo da piccola dopo aver visto Io non ho paura e piangevo ogni volta che dovevo scendere in garage.
Già mi immagino a scegliere le immagini per questo articolo con gli occhi chiusi.
Qui troviamo una famiglia: padre Giancazzo, madre completamente succube, due figlie e un figlio. E un cane che… va beh. Non voglio nemmeno pensarci.
A questa famiglia del Mulino Bianco si aggiunge una nuova presenza: una donna selvaggia e cannibale che il padre ha trovato durante una battuta di caccia e ha pensato bene di stordire, rapire e incatenare per addomesticarla.
Dopotutto, cosa potrebbe mai andare storto?
Te lo dico io, tutto. Ma che goduria vederla riprendersi la libertà.
In questo tipo di film, la donna dovrebbe essere il mostro. Un essere violento, pericoloso, qualcosa di cui avere paura, da cui scappare. The Woman, invece, ribalta completamente la prospettiva: il vero orrore non è la creatura selvaggia rinchiusa in cantina, ma l’uomo convinto di poter giocare a fare Dio senza conseguenze.
The Substance
Qui il corpo femminile diventa un prodotto, qualcosa da migliorare, modificare e controllare.
L’ossessione per la giovinezza e per la perfezione trasforma Elisabeth in una prigioniera della propria immagine. Il body horror diventa così il mezzo per raccontare qualcosa di estremamente reale: la pressione costante esercitata sulle donne affinché siano sempre giovani, belle e desiderabili.
Elisabeth non perde valore perché è invecchiata, ma perché una società intera che le ha insegnato che, superata una certa età, non ha più niente da offrire.
Che poi io ci metterei la firma per invecchiare come Demi Moore, ma queste sono piccolezze.
E poi c’è Sue, giovane, bella e apparentemente perfetta. Anche lei, però, è vittima dello stesso meccanismo.
Non importa quanti anni tu abbia o quanto tu sia vicina all’ideale di perfezione, se sei una donna non sei mai abbastanza. E quindi tanto vale trasformarsi in un mostro degno di Society e traumatizzare tutti, che forse era la soluzione fin dall’inizio.
Thanatomorphose
Che dire, i canadesi sanno quello che fanno.
Ci sono film horror in cui il corpo viene distrutto da un mostro, da un virus o da una maledizione. In Thanatomorphose, invece, la protagonista è talmente tanto morta dentro che inizia a decomporsi anche fuori.
Laura conduce un’esistenza vuota, intrappolata in una relazione tossica e incapace di trovare un senso alla propria vita. La sua decomposizione non è soltanto un esercizio di body horror estremo: è la manifestazione fisica di un dolore che la sta consumando molto prima che compaiano i primi segni sul suo corpo.
Ed è proprio qui che il film dimostra quanto l’horror sappia raccontare la figura femminile in modo diverso rispetto ad altri generi.
Laura non è un’eroina, non è una final girl e non è nemmeno una classica vittima in attesa di essere salvata. Non combatte, non cerca vendetta e non si ribella.
È una donna divorata dall’apatia, dalla solitudine e dall’incapacità di reagire, fino a quando il suo stato d’animo diventa qualcosa di tangibile.
Conclusione
Le donne nell’horror non sono mai state soltanto vittime in attesa di essere salvate.
Sono madri distruttive, ragazze arrabbiate, sopravvissute, mostri, carnefici e persone spezzate.
Ed è forse proprio questo il motivo per cui continuo ad amare così tanto il genere, perché riesce sempre a raccontare qualcosa di profondamente umano. A volte persino più di molti film che, sulla carta, dovrebbero farlo.
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