
Lo guardo o non lo guardo?
L’ho recuperato adesso, The Drama. Dopo che quasi tutti mi avevano detto di non vederlo. L’ho fatto comunque e non so ancora se me ne sia pentita.
“Davvero è questo?“.
Credo sia la reazione più sincera di qualsiasi spettatore che lo guarda oltre i confini americani.
Le aspettative erano alte. E, sorprendentemente, ero riuscita a non farmi influenzare dai pareri altrui, che lo descrivevano come una delusione. Anche perché i protagonisti non sono per me volti qualunque: Zendaya e, soprattutto, Robert Pattinson hanno segnato un pezzo della mia infanzia. E qui danno prova, ancora una volta, della loro bravura. Zendaya è magnetica nei momenti più disturbanti; Pattinson, invece, sembra quasi interpretare una versione di se stesso — mi viene in mente il suo modo di rispondere durante le interviste ai tempi di Twilight, sempre sul filo dell’autosabotaggio.
Trama
Il film mette in scena la morale, il giudizio, cui tutti sono sottoposti, entro lo schermo e nella vita.
Il contesto è un matrimonio imminente. I due protagonisti, futuri sposi, organizzano una cena con la coppia di amici che farà loro da testimoni. Tra un bicchiere e l’altro — e a partire da un commento apparentemente banale sulla DJ del matrimonio, sorpresa a fumare erba sul ciglio della strada — si innesca un gioco pericoloso: rivelare la cosa peggiore mai fatta, a turno.

Da lì in poi, la tensione cresce. Lo spannung lascia presagire una rivelazione choc, soprattutto da parte di Emma, personaggio di Zendaya, ultima a parlare. Ci si aspetta un’esplosione, qualcosa che superi quantomeno il segreto dell’amica Rachel — da cui però si potrebbe ricavare l’apertura di una seconda parte. Lo speravo davvero.
Poi il segreto scivola tranquillamente dalla bocca di Emma.
E non succede nulla o, meglio, non succede quello che ci si aspetta. Si tratta di un’intenzione, mai realizzata. Un’ombra, non un atto. E proprio per questo destabilizza.
Sembra addirittura paradossale che sia Rachel a scagliare la prima pietra.
Non voglio essere fraintesa: non è meno grave, riflette anzi e senz’altro una società precisa. Ma resta lontana dall’immaginario “gotico” che il film sembrava promettere.
Un film che invita alla riflessione
E, mentre sullo schermo vorresti vedere di tutto tranne che le immagini imbarazzanti di una giovane Emma, continui a chiederti con morbosa insistenza perché sia proprio l’amica a iniziare a giudicare, seguita ovviamente dal testimone Mike e dal futuro sposo Charlie. Tutti loro sono consapevoli della gravità del loro segreto, tra l’altro un fatto compiuto, non solo immaginato.
Lì, allora, le domande che ti poni sono altre e sottopongono te stesso a giudizio: in quale momento inizia la colpa? E in quale subentra la morale? Quando hai l’intenzione di compiere un gesto ma non lo puoi fare? Quando lo pensi ma non lo devi fare? E se lo volessi compiere ma le circostanze te lo impedissero, saresti comunque colpevole?
E quando, allora, subentra il giudizio? Prima di compierla? Quando è compiuta?
Sono immorale se non voglio giudicare Emma perché l’ha pensato, sì, l’ha progettato, ma non l’ha fatto?
Quello che intendo è: siamo autorizzati a giudicare un’intenzione allo stesso modo di un’azione?
Il cortocircuito inizia qui. Chi accusa è davvero nella posizione di farlo? E perché un’intenzione viene trattata come un crimine, mentre un gesto concreto sembra quasi passare in secondo piano?
Insomma, Kristoffer Borgli ha colpito nel segno: poche azioni, tanti pensieri. Fino all’ultimo ci si aspetta che qualcuno scatti. Ma, alla fine, non scatta nulla. Tutto rimane uguale, sospeso. Tutto torna alla normalità e, sempre paradossalmente, si annulla la tensione all’equilibrio dopo la crisi. Non c’è un ristabilimento, c’è una rimozione. Perché nulla cambia, eppure è cambiato tutto.
Alla fine ci ho pensato: non mi pento di averlo visto. Anche se non sono americana.
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