
Il 20 settembre – grazie a Nerdando – sono andato a vedere di persona quello che fino a poche settimane prima era solo un programma su carta, accattivante ma tutto da scoprire: il Wondercon Italia 2026, ad Angri (SA), per capire quanto ciò che avevamo raccontato nell’articolo sul programma corrispondesse davvero a quello che avrei trovato sul posto. Spoiler: sì, e anche di più.
Il primo impatto: un castello che non ti aspetti
La prima cosa che colpisce, appena si mette piede dentro, è quanto sia rilassata l’atmosfera. Niente calca, niente code chilometriche, niente della frenesia da “devo vedere tutto prima di tornare a casa” che si respira nelle fiere più grandi. Si cammina, ci si ferma, si torna indietro se si è perso qualcosa. Un ritmo che, va detto, fa bene anche a chi ci gira intorno andando a caccia di possibili riprese fighe.
La fiera si sviluppa su due anime distinte, ma perfettamente collegate tra loro. Fuori, nei Giardini di Villa Doria, il verde ospita gli stand più “da passeggio”: banchetti di gadget, aree gioco e un torneo di Beyblade che — inaspettatamente — si è rivelato uno dei momenti più divertenti della giornata, con la gente che si fermava a guardare anche solo di passaggio, incuriosita dal ronzio delle trottole che si scontravano nell’arena.
Dentro, tra le mura del Castello Doria, l’atmosfera cambia registro: più raccolta, quasi intima. Il passaggio tra i due spazi non si sente quasi: si esce dal cortile del castello e ci si ritrova nel verde dei giardini, ed è proprio questa continuità — tra pietra antica e prato — a dare al Wondercon un’identità visiva che difficilmente si dimentica.
Tra gioco di ruolo, gadget e i props più assurdi
Nel cuore del castello, i tavoli da gioco di ruolo restano occupati per ore. Master che portano avanti le proprie campagne senza fretta, gruppi di giocatori concentrati sui propri fogli personaggio, dadi che rotolano su tavoli improvvisati all’ombra delle mura. Un’immagine che, in un contesto del genere, funziona quasi meglio che in una sala qualunque: giocare di ruolo dentro un vero castello ha tutto un altro sapore.
Girando tra gli stand, poi, la vera scoperta è sempre quella dei props e degli oggetti da collezione: repliche di armi da film e anime, action figure difficili da trovare altrove, piccoli pezzi di artigianato che qualcuno ha realizzato a mano e che finiscono per essere il vero motivo per cui torni due volte allo stesso banchetto. È il tipo di merce che non cerchi con una lista in mano, ma che trovi e basta, quasi per caso.
I cosplayer, l’anima colorata della fiera
Se c’è una cosa che rende viva una fiera come questa, è indubbiamente l’antica e nobile arte cosplay. Tra i vialetti dei giardini e i cortili del castello, i costumi spuntano ovunque: c’è chi ha ricostruito nel dettaglio un personaggio di un manga storico, chi ha scelto un’armatura da videogioco più recente, chi ha optato per qualcosa di più “easter-egg”, riconoscibile solo a chi condivide lo stesso livello di passione.
È uno degli aspetti che ha reso questo Wondercon fotogenico in un modo del tutto naturale: bastava girare con la fotocamera accesa per trovare, ogni pochi passi, un’inquadratura pronta, tra sfondi storici e costumi curatissimi. Nessuna posa forzata da red carpet, solo gente che si diverte a essere qualcun altro per un weekend, in un contesto che si presta particolarmente bene a questo tipo di fotografia.
Illustratori al lavoro e i “talk in cortile”
Sempre nel Castello, poco distante dagli stand, illustratori e autori lavoravano dal vivo davanti a chiunque si fermi a guardare: matita alla mano, un disegno che prende forma minuto dopo minuto sotto gli occhi del pubblico. È uno dei momenti più ipnotici di qualunque fiera del fumetto, e Angri in questo senso non ha fatto eccezione — ci si può fermare cinque minuti o mezz’ora, e il risultato cambia sempre poco: resti lì a guardare.
Nel cortile del castello, invece, si sono susseguiti i talk e gli incontri: piccoli capannelli di pubblico ad ascoltare autori, editori, creator e varie figure di spicco del mondo nerd raccontare i propri progetti. Non c’è la sala conferenze imponente delle fiere più grandi, ma proprio per questo l’atmosfera resta più diretta: il pubblico è a un paio di metri da chi parla, e le domande arrivano con naturalezza, aumentando il senso di vicinanza tra chi chiede e chi risponde.
Un modello di fiera che la provincia campana (e non solo) potrebbe replicare
Da questa passeggiata tra castello e giardino mi è nata una riflessione, probabilmente la più importante di questa giornata — quella che, a conti fatti, mi ha convinto di più.
Il Wondercon dimostra una cosa semplice ma spesso sottovalutata: non serve un padiglione fieristico enorme per fare un buon evento. Bastano uno spazio “con carattere” — un castello, un giardino storico — e l’idea giusta per riempirlo. Angri, con la sua fiera, ha preso risorse che aveva da sempre a disposizione (il Castello Doria, i giardini adiacenti) e le ha trasformate per un weekend in qualcosa di completamente diverso dal solito, senza bisogno di costruire nulla da zero.
Non è un caso isolato, tra l’altro. A Salerno, per diversi anni, il Fantaexpo aveva seguito una logica simile, sfruttando spazi cittadini già esistenti come il Parco dell’Irno e il Teatro Ghirelli invece di puntare su un unico grande polo fieristico, nel tentativo di replicare l’esperienza delle fiere più celebri. Un modello che, per quanto diverso da fiera a fiera, racconta la stessa cosa: piccoli e medi comuni italiani hanno spesso a disposizione location storiche o naturalistiche sottoutilizzate, perfette per ospitare eventi di questo tipo, senza dover competere sulla scala con le grandi fiere.
Ed è importante essere chiari su un punto: diverso non significa migliore. Le grandi fiere — Lucca, Napoli Comicon, Milano Games Week, Romics — offrono cose che un evento come il Wondercon non può offrire: la scala, il numero di ospiti internazionali, la varietà pressoché infinita di stand ed editori. Sono esperienze diverse, pensate per pubblici diversi, e vanno benissimo così. Non è una gara, e sarebbe sbagliato trattarla come tale.
Ma il Wondercon dimostra che esiste anche un’altra strada, altrettanto valida: quella della fiera di prossimità, che porta la cultura pop dentro i centri storici, li anima per un weekend, e restituisce alla comunità locale un’esperienza su misura, meno dispersiva e più “a portata di famiglia”. Capace di trasformare una piazza o uno spazio cittadino in qualcosa che normalmente non è, senza il peso logistico e i costi di una fiera in grande scala.
È un modello che tanti altri piccoli comuni campani potrebbero replicare — non copiando il Wondercon nei contenuti, ma prendendone in prestito l’intuizione di fondo: usare quello che già c’è, invece di rincorrere quello che non si ha. Un castello vuoto tredici mesi all’anno, un parco cittadino poco sfruttato, un teatro che aspetta un’occasione: sono tutti ingredienti potenziali per qualcosa di simile.
Ci vuole solo qualcuno disposto a provarci.
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