Resident Evil – Una consegna da incubo

Resident Evil

Recensione

Quando Resident Evil fece la sua comparsa per la prima volta correva l’anno 1996, i nostri monitor a tubo catodico misuravano circa 15 pollici, le radio cicalavano i successi delle Spice Girls, Fox Mulder continuava a “credere” e io, beh, io ero piantato al mio quarto anno di università.

Tutti questi fatti mirabili – a eccezione dell’ultimo, ovviamente – avrebbero rappresentato tasselli essenziali nella vita di coloro che hanno attraversato gli anni ’90 nel pieno della loro giovinezza.
Tutti mirabili, appunto, ma, forse, nel cuore di molti il posto più speciale è occupato ancora da Resident Evil.

Ringrazio Sony Pictures per l’invito alla proiezione per la stampa.

Resident Evil

Come ti rimescolo i media

Fa un certo effetto pensare al ribaltamento velocissimo che si è registrato nel rapporto tra videogiochi e cinema nel corso degli anni.
Se ripensiamo agli anni ’90, ci rendiamo conto che quella era l’epoca dei disastrosi tie-in, videogiochi sviluppati su licenza in brevissimo tempo per sfruttare l’onda del successo di roboanti film.
In quel tempo, i videogiochi erano tristi epigoni al servizio dei film, di cui inseguivano l’ispirazione e, da ultimo, il successo.

Oggi il rapporto di fatto si è invertito.

Il mondo del cinema è sempre più asfittico, privo di idee e allora ecco che fioriscono i sequel/prequel, i remake, e le trasposizioni di videogiochi famosi.
Quella di Resident Evil, d’altronde, è una delle più emblematiche e rappresenta, credo, la più longeva.
Inaugurata nel 2002 ha sempre cercato, più o meno fedelmente, di seguire le orme del videogioco, sia per atmosfera sia per lore, sebbene con risultati altalenanti.

Così, dopo ben sette film e un reboot un po’ “meh”, qualcuno lì, ai piani alti, deve aver sentito l’impellenza di un cambiamento.
Le premesse per un successo stavolta ci sono tutte.
Il regista pare avere talento da vendere e, stando alle sue dichiarazioni, con questa opera vuole dare alla saga un capitolo di rottura.
Come? Beh, semplice, ambientando nell’universo di Resident Evil una storia completamente inedita con personaggi altrettanto sconosciuti.
Sarà l’idea vincente?

Resident Evil

Non esistono più mestieri tranquilli

Che occuparsi di consegne sia un mestiere faticoso, credo sia cosa cognita, ma che, addirittura, potesse mettere il povero fattorino a confronto con un’apocalisse zombie, beh, questa è una situazione davvero impensabile.
E, se è insolita la premessa, ti lascio immaginare il resto!

La storia narra le vicende di Bryan, interpretato da un bravissimo, quanto (a me) sconosciuto Austin Abrams, un corriere che viene incaricato di trasportare materiale medico in quel di Raccoon City, di notte e nel pieno di una tempesta di neve.
Basteranno pochi minuti al nostro antieroe per precipitare in una situazione kafkiana che lo vedrà confrontarsi con una donna zombie piuttosto insistente, un cane non-miglior amico dell’uomo e una fantastica creatura-Cirque Du Soleil dalle mani lunghe.
E questo è solo l’inizio!

Con un montaggio serratissimo, ben presto seguiranno altre situazioni, in cui il nostro anti-eroe potrà dare pieno sfoggio della sua umanissima e simpatica inadeguatezza. Ad accomunarle ci sarà sempre la totale assenza di controllo di Bryan su tutto quanto gli capita attorno e a cui reagisce come reagiremmo un po’ tutti: imprecando (il suo “What the F***k è un vero tormentone), scappando e sparando (quasi sempre mancando il bersaglio).

È quindi da subito che lo spettatore/fan è costretto a confrontarsi con la prima grande rottura rispetto al passato, forse la più evidente: scordatevi il machismo di Leon o il sangue freddo di Jill, qui abbiamo un fattorino che si comporta da fattorino e che, peraltro, a dirla tutta, è perseguitato da una sfiga fantozziana.

Locandina Resident Evil

Tra Voltaire e Shaun (no, non la pecora)

Nell’ora e trenta che segue, osserviamo, quindi, il nostro buon Bryan sballottato da una situazione disperata all’altra, sul filo di una trama che è, a tutti gli effetti, un mero pretesto per goderci questo viaggio all’inferno.

Calato in una serie di incubi, il protagonista affronta ogni situazione con l’innocenza di Candido e l’inadeguatezza di Shaun.
Ecco, se non rischiassi di passare per eretico, mi sentirei di dire che questo film, in diversi momenti, mi ha fatto rivivere la gloria di quel gran cult che è Shaun of the Dead (da noi genialmente tradotto in L’Alba dei Morti Dementi).
Anche qui l’ironia sfocia nella demenzialità a causa dell’inadeguatezza del protagonista di fronte alle situazioni da incubo in cui si trova coinvolto.

È questione di gusti ovviamente, ma a me questo tipo di horror, capace di spezzare un sorriso con un salto dalla sedia, piace anche più dell’horror più serioso e classico.
Peraltro, nel discreto numero di situazioni folli in cui viene a trovarsi Bryan, ve ne sono diverse che anche visivamente suggestionano moltissimo e rimangono impresse. Che dire, per esempio, della pioggia di zombie tra i palazzi o della scena dell’ascensore che si sgretola all’interno della Umbrella Corp.? Chicche del genere nel franchise di Resident Evil, te lo assicuro, non si erano mai viste.

Insomma, non farmi dire di più sulla trama, ma tra una grassa risata e un brivido, il film riesce a costruire una tensione che non ti mollerà mai neanche un secondo.

Resident Evil

Caccia all’indizio

So già cosa stai pensando, qualcosa del tipo “Raga, ma allora sto film è una figata, corro a vederlo” (vabbè i miei pensieri, per forza di cose, usano un linguaggio da boomer…), ma mi trovo costretto a fermarti.

E già, perché il titolo di un film non è un fatto secondario, che può essere bellamente ignorato, soprattutto quando si porta dietro un simile lignaggio.
Insomma, va bene la storia inedita, va bene rinunciare – e per fortuna, direi – alle battutacce di Leon, ma di Resident Evil in questo film cosa rimane?
E qui, diciamocelo francamente, scatta la caccia all’indizio, perché nel corso della visione a dimenticarsi di stare vedendo un film appartenente a questo franchise si fa presto.

Io, personalmente, ho contato una decina di “riferimenti” al videogioco, tra quelli più evidenti (la macchina da scrivere o la scatola delle cartucce) a quelli più velati (il cambio di visuale in prima persona con l’arma in pugno ecc.), ma ci limitiamo a quello.

Uscendo dalla sala, ho captato il commento di una persona che ha detto “se si fosse chiamato in un altro modo, il film sarebbe stato meglio”. Non credo, in realtà, non sarebbe stato meglio, sarebbe stato semplicemente più corretto.

A dirla tutta, di un videogioco che ha fatto dei morti viventi i protagonisti assoluti del lore rimane poco e niente.
Vedere le strade di Raccoon City, nella timeline del secondo capitolo peraltro, deserte o quasi, un po’ sconforta. Anche di zombie veri e propri se ne vedono pochini, mentre si affacciano nell’universo del franchise creature che, sebbene azzeccatissime, sono di fatto inventate di sana pianta.
Insomma l’impressione che questo film Zach Cregger l’avesse in mente già da prima che gli fosse proposto di dirigere un capitolo di Resident Evil è piuttosto forte.

Resident Evil

In conclusione

Ed è arrivato il momento di tirare le fila del discorso.

Mai come in questo caso, vorrei poter assegnare all’opera un doppio voto, perché, se come film horror a mio avviso funziona perfettamente, come capitolo di Resident Evil potrebbe irritare anche i fan meno accaniti.

Premessa la futilità della storia e la bontà della caratterizzazione dei personaggi – regola d’oro, questa, per ogni ottimo horror –, il film diverte, emoziona e spaventa sul filo di un ritmo che si mantiene indiavolato per tutta la sua durata, trovando persino le energie per riservare, allo sfiancato spettatore, un bel plot-twist finale.
Bravissimo Austin Abrams e bravissimo Zach Cregger, ma, porca miseria, chiamarlo in un altro modo, no!?!

Vuoi chiacchierare e giocare con noi? Vienici a trovare sul nostro Server Discord e sul nostro Gruppo Telegram.

Nerdando in breve

Ironia e tensione, demenzialità e orrore, tutto in 90 minuti che bruciano in un secondo.

Trailer