
La “Casa” più famosa, quella del primo capitolo di Evil Dead
Nessun posto è come casa
Complice il fatto che sto riguardando Hill House con il mio ragazzo e che in questi giorni è uscito al cinema un nuovo film de La Casa, mi sono resa conto di una cosa: nei miei horror preferiti il personaggio più interessante non è mai il protagonista, killer o vittima che sia. È la casa.
Hai presente Ju-On, no? Quello giapponese ovviamente, quello americano facciamo finta sia stato un brutto sogno collettivo. Pensiamo ai personaggi di quel film: Kayako, che non vede un parrucchiere da anni ma ha comunque dei capelli migliori dei miei; Toshio, pallido e inquietante, che non devi confondere con il bambino di Scary Movie; e soprattutto la casa, che ha più potere decisionale di un adolescente che vive con i suoi.
Nel corso del film le famiglie cambiano, il tempo scorre, ma la casa rimane sempre fedele a se stessa. Resta lì, immobile, aspettando semplicemente che qualcuno apra la porta. E quando succede, rigurgita tutto quello che ha ingoiato.
Ha memoria, non come la nostra, ma una memoria muscolare: ricorda anche quando vorrebbe solo dimenticare.

In Ju-on, la protagonista aveva problemi a dormire
Pareti inquietanti
La Casa di Raimi funziona allo stesso modo: non è una semplice baita nel bosco, è un vero e proprio corpo. Le pareti sudano, il pavimento si apre come una bocca, i rami degli alberi ti afferrano…
E poi Hill House. Dio, Hill House. Mike Flanagan potrebbe dirigere la mia intera esistenza, e probabilmente la mia vita starebbe comunque andando a rotoli ma in modo estremamente poetico.
In questa serie la casa non ospita semplicemente una famiglia, ma se la mangia poco alla volta, fisicamente e psicologicamente.
La Stanza Rossa non è solo una stanza, ma è il cuore pulsante della casa. Un cuore che batte in maniera diversa per ognuno, perché la casa ti conosce meglio di chiunque altro e sa perfettamente cosa serve per farti a pezzi.
Più ci penso e più mi sembra che le case dell’horror abbiano qualcosa di profondamente umano.
Una casa, in fondo, è il posto in cui succede tutta la nostra vita. Ti chiudi in bagno a piangere sperando che le lacrime si confondano con l’acqua della doccia. Litighi in cucina perché è l’unica stanza in cui, prima o poi, tutta la famiglia finisce per ritrovarsi. Ti addormenti sul divano dopo una giornata infinita. Fai l’amore. Festeggi un compleanno. Ricevi una telefonata che ti cambia la vita.
E, qualche volta, ci muori.

Ecco Hill House
Uno specchio oscuro
Forse è per questo che ogni stanza finisce per assomigliare a chi la vive: la cantina si riempie di quello che non vuoi affrontare, la soffitta diventa il posto in cui ammassi i ricordi che fanno troppo male per stare davanti ai tuoi occhi. Gli angoli bui sono complici delle tue emozioni quotidiane, assorbono tutto e ti osservano mentre la vita ti passa accanto.
Questa notte, dopo l’ennesimo episodio di Hill House, mi sono alzata per bere un bicchiere d’acqua. Erano le 2 passate, la casa era completamente buia e mi è venuto in mente un pensiero che potrebbe anche sembrare una stronzata: queste mura sanno tutto di me. Mi hanno vista ridere da sola e piangere per ore. Mi hanno vista arrabbiarmi, festeggiare, restare in silenzio guardando il soffitto per non pensare a nulla. Mi conoscono meglio di chiunque altro, ma io cosa so di loro?
Forse è questo il motivo per cui le case dell’horror continuano a farci paura: ci costringono a guardare con sospetto il luogo in cui dovremmo sentirci al sicuro. Finché continueremo a vivere tra quattro mura, continueremo anche a chiederci se tutto quello che hanno visto di noi sia rimasto davvero un segreto solo nostro.
Dormi sereno questa notte, e se senti un rumore provenire dal corridoio, non pensare che sia la casa che si assesta. Probabilmente si è soltanto girata per guardarti meglio.
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