Giochi da tavolo

INK – Quando l’Arte incontra la Strategia

Ink

Quando Kasper Lapp progettò Magic Maze qualche anno fa, catturò l’attenzione di tantissimi giocatori con un meccanismo innovativo e brutale nella sua semplicità. Con INK, lo stesso autore ci propone qualcosa di completamente differente: un titolo che mantiene l’eleganza minimalista del design ma che nasconde una profondità tattica sorprendente sotto una superficie che sembra quasi ingenua. Edito da Final Score Games e localizzato in Italia da Asmodee (che ringrazio per la copia con cui ho scritto questo articolo), con illustrazioni curate da Chris Quilliams (il visionario dietro Azul e Pandemic Legacy), INK rappresenta uno di quei rari giochi che fatica a categorizzarsi: è astratto senza essere sterile, competitivo senza essere spietato, e strategico senza richiedere dottorati in matematica.

Recensione

INK si colloca in quella fascia di giochi in cui il tema è volutamente assente, perché il vero tema è la meccanica stessa. Non c’è una storia da raccontare, niente narrazione nascosta dietro le regole. Quello che c’è è pura, cristallina esperienza ludica: i giocatori sono artisti che creano dipinti astratti su una tela personale utilizzando gocce di inchiostro di diversi colori. Ogni segno che lasciate è permanente. Ogni scelta che fate risuona per il resto della partita.

Se dovessi descrivere INK in poche parole, direi che è il gemello sofisticato di Azul. Superficialmente condividono lo stessa DNA: drafting da una fonte condivisa (in questo caso una ruota anziché una pila), piazzamento di pezzi su una griglia personale, e una progressione verso la vittoria attraverso il completamento di obiettivi con tanto di combo. Eppure, le somiglianze finiscono qui. L’interazione tra giocatori non si limita al mero “prendere quello che vuole l’avversario”: qui, quello che prendi influenza direttamente cosa gli altri potranno fare nei turni successivi, creando una ragnatela di conseguenze che si estende ben oltre il singolo turno.

La bellezza di INK risiede nel fatto che ogni partita sembra diversa non perché i giocatori fanno scelte diverse (cosa ovvia), ma perché le condizioni di gioco cambiano radicalmente. Non è un titolo che sentirai dire “Questa volta farò la mia strategia solita”. Non funziona così, INK ti obbliga a pensare, sempre, perché gli strumenti a disposizione e le situazioni cambiano costantemente.

Meccaniche

Entrando nel dettaglio, il cuore di INK è una ruota centrale (il “pennino”) con sei tessere disposte attorno a essa. Durante il tuo turno, devi muovere il tuo segnalino verso una di queste tessere e prenderla. Non è una scelta libera: devi muovere il tuo segnalino in senso orario, e se passi sopra la casella iniziale, segnata con una “X”, devi pescare una tessera casuale dal sacchetto “X”, che ti obbliga a coprire degli spazi sulla tua griglia, rendendoli inutilizzabili e bloccando le aree che stavi faticosamente costruendo. È il disincentivo perfetto per correre troppo velocemente attorno alla ruota, perché il brivido della tessera “giusta” potrebbe trasformarsi nel peso di una tessera “sbagliata”.

La tessera che prendi dalla ruota comune viene aggiunta alla tua tela personale, una griglia quadrata, dove devi farla combaciare con i bordi delle tessere già presenti. Non puoi piazzarla ovunque: devono toccarsi almeno su un lato, non si possono mettere in diagonale. Questo è il primo livello del puzzle. Ma c’è un livello più profondo: ogni colore sulla tua tela rappresenta un’area, e ogni giocatore ha una “tavolozza” personale – pescata random ad inizio partita – che gli consente di piazzare bottigliette d’inchiostro solo su determinate aree colorate (i colori della propria tavolozza), mentre le altre bottigliette potranno essere usate per gli altri colori, ma ovviamente attenzione a non finirle troppo presto.

Quando crei un’area di un certo colore che raggiunge la dimensione minima indicata da un obiettivo, rappresentato da un numero riportato sulla tessera, puoi scegliere di “attivare” quell’obiettivo, piazzando le bottigliette d’inchiostro sulla tela. Qui inizia la vera magia: puoi piazzare più obiettivi nello stesso turno, nell’ordine che preferisci. E ogni obiettivo completato ti regala un’Azione Bonus. Queste Azioni Bonus sono il vero motore strategico di INK.

Esistono 12 diversi bonus nel gioco, e a ogni partita ne vengono utilizzati solo quattro, scelti casualmente. Alcuni permettono di piazzare quadrati colorati aggiuntivi sulla tela, creando nuovi spazi per le bottigliette. Altri lasciano muovere tessere già piazzate, aprendo la possibilità di riosservare la tela e di ricomporre le aree per completare più obiettivi in sequenza. Alcuni bonus permettono di rimuovere bottigliette dal gioco, accelerando il raggiungimento della vittoria. Uno raro permette di conservare una tessera per usarla nel turno successivo, evitando completamente il drafting da quella parte della ruota. La combinazione di questi bonus cambia radicalmente il modo in cui si giocherà.

È qui che INK raggiunge una profondità tattica stupefacente. Non è solo un gioco di piazzamento tessere: è un puzzle in cui i vincoli cambiano a ogni turno, in cui le sinergie tra i bonus e il tuo setup determinano come eseguire il tuo piano. In ogni partita ho scoperto nuove combinazioni, nuovi modi di concatenare gli obiettivi, nuovi modi di usare i bonus per colpire gli avversari indirettamente. Da giocatore di Magic, le combo sono sempre apprezzate!

C’è anche il meccanismo del colore “nero” (inchiostro nero): se durante la partita piazzerai più bottigliette di quelle che hai a disposizione nel tuo colore, devi usare le bottigliette nere dal pool comune. Alla fine della partita, chi ha piazzato tutte le bottigliette vince. Se più di un giocatore ha terminato le sue bottigliette, vince chi ha usato più bottigliette nere. È un sistema elegante che evita il pareggio ma mantiene la tensione fino all’ultimo momento.

La modalità solitaria è presente: il gioco vi propone un “avversario” neutrale che rimuove tessere dalla ruota in base a tile pescati casualmente. Non è la modalità che preferisco (prediligo sempre competere contro giocatori veri), ma è ben congegnata e offre una sfida legittima se giocate in solitario. Piccolo tocco di classe: il “bot” della modalità solitaria si chiama Sumi, che è il nome dell’inchiostro nero giapponese, alla base della calligrafia e del tatuaggio. Adoro.

Ink

Materiali

INK è uno di quei giochi in cui gli ingredienti fisici sono stati scelti con intelligenza. Le tessere d’inchiostro sono double-face, con il verso specchiato rispetto al fronte. Questo significa che si può giocare il gioco anche con una prospettiva diversa, il che aggiunge ancora più variabilità. Le bottigliette d’inchiostro sono dei piccoli capolavori in plastica, sufficientemente pesanti da sentirsi premium senza essere scivolosi. Sembrerà davvero di giocare con dell’inchiostro, ma senza il rischio di inzaccherare il tavolo!

La ruota centrale è robusta, la plancia personale è chiara e facile da leggere. I segnalini per i giocatori daltonici sono un dettaglio bellissimo che mostra come si continui a pensare all’inclusione durante la progettazione del gioco, non come ripensamento successivo.

Lo stile artistico di Chris Quilliams è ridotto all’essenziale: colori puri, linee pulite, nessuna ornamentazione superflua. Alcuni potrebbero trovarlo freddo; io lo trovo perfetto per il tipo di gioco che INK vuole essere. La tela sulla quale costruire diventa effettivamente una composizione astratta ogni volta che si gioca, e quell’estetica minimalista supporta questa esperienza anziché battersi contro essa.

Una piccola nota di demerito va alla gestione della scatola: ci sono tanti componenti e, al netto dell’assenza dell’organizer interno, che può anche starci, la scatola necessita di un po’ di Tetris per riporre tutti i componenti una volta defustellati, e a me è rimasta alzata di un buon centimetro. Nulla di grave, ma magari un po’ di spazio in più non avrebbe guastato.

Concludendo

INK è un gioco che non mi aspettavo. Sulla carta, è una categoria che raramente genera titoli memorabili. Eppure Kasper Lapp ha fatto quello che Michael Kiesling aveva già fatto con Azul: ha preso una formula che sembrava esausta e ha infuso in essa una profondità tattica che la rende affascinante. La variabilità offerta dalle Azioni Bonus significa che ogni partita rappresenta un puzzle diverso, e il fatto che gli avversari possono influenzare costantemente quello che potete fare crea una tensione autentica.

È un gioco che richiede pochi minuti per spiegare le regole, forse un turno per capire cosa sta succedendo, e almeno una manciata di partite per iniziare a intravedere le vere profondità strategiche. Non è un titolo immediatissimo, ma necessita di un po’ di tempo e partite per iniziare a girare al meglio delle proprie potenzialità.

Lo consiglio a chiunque ami i giochi astratti, ai fan di Azul che cercano qualcosa con più interazione, ai giocatori che apprezzano la profondità tattica, e sinceramente anche a chi vuole iniziare a “fare sul serio” con i boardgame senza saltare direttamente ai cinghiali pesanti. È uno di quei titoli rari che sa essere accessibile senza sacrificare la profondità, elegante senza essere pretenzioso, e competitivo senza diventare aggressivo.

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Nerdando in breve

INK è il gioco di debutto perfetto di Final Score Games: astratto ma profondo, elegante ma tattico, semplice da giocare ma complesso da padroneggiare.

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