Hellblade: Senua's Sacrifice - Significato nascosto - Nerdando.com
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Hellblade: Senua’s Sacrifice – Significato nascosto

Hellblade

Avete presente quando incappate, magari di sfuggita, in qualcosa che solletica immediatamente i vostri sensi di ragno? Non sapete ancora come o perché, ma sapete che quel qualcosa si porta dietro emozioni, sensazioni, una storia da raccontare o qualsiasi altra cosa che merita di essere svelata perché finirà con l’accompagnarvi a lungo.

Ecco, Hellblade: Senua’s Sacrifice è stato questo per me. Ho atteso a lungo, ma quando finalmente è apparso su Xbox One X, in versione enhanced, ho capito che il momento era venuto. E avevo ragione.
Dopo aver letto l’approfondita analisi di Solidea, mi sono immerso in questa avventura borderline (nel senso psicologico del termine) e dopo averla terminata, dopo aver scovato tutti i collezionabili, aver ascoltato a ripetizione la colonna sonora e spulciato i dev diary su YouTube, è giunto finalmente il mio turno di dire qualcosa e raccontarvi cosa è quel “messaggio” nascosto dietro il gameplay.

Ovviamente, se non avete ancora finito il gioco, smettere immediatamente di leggere: sto per sploileare tutto.

Senua è una donna guerriera, fa parte della popolazione dei Pitti che, secoli fa, abitavano le isole Orcadi, a nord della Scozia. Senua è malata di psicosi: vede e sente cose che non ci sono, ha voci nella testa che le parlano di continuo, talvolta il mondo perde consistenza davanti ai suoi occhi, in altre i colori diventano così vividi da sembrare luminosi, altre ancora tutto si spegne e si brancola nel buio. Vi ricorda nulla tutto ciò? Sono alcuni dei passaggi chiave del gioco (le prove per ottenere la spada ammazza-dei): e sono tutti esempi reali di cosa vive sulla propria pelle (e nella propria mente) un paziente psicotico.

Come ormai saprete tutti, Ninja Theory ha lavorato a stretto contatto con veri pazienti affetti da questo disturbo, e con i medici curanti. Tutta la loro esperienza è stata riposta nel gioco, per far sì che il giocatore possa provare su di sé in modo realistico gli effetti di questa malattia.
Non solo: il punto di vista del giocatore in effetti, non è quello della protagonista, ma piuttosto quello di una delle voci nella sua testa, ed è questo il motivo per cui talvolta Senua si rivolge a noi, guardando in camera: sta parlando con una delle sue molte voci, così come a volte risponde alle altre. Ma, e qui si tocca con mano il genio degli sviluppatori, è proprio per questo che è impossibile guardarla negli occhi durante il gameplay. Ci avevate fatto caso?

Ma andiamo oltre, perché c’è molto di più.
La vera domanda è: quello che Senua vive, succede davvero? È reale o è frutto della sua immaginazione?
La risposta è molto semplice: “reale” è una definizione dai confini molto labili, e per lei è tutto lo è. Come per tutti gli affetti di psicosi: il mondo in cui vivono è assolutamente vero e tangibile. Ci sono alcuni malati che vedono in continuazione cadaveri appesi al soffitto, ed è un’immagine così vivida che cercano di aiutarli a scendere.

Quindi, cosa è successo a Senua? Vittima dei pregiudizi e dell’ignoranza del proprio secolo, la sua condizione viene etichettata come una maledizione, un’oscurità che la pervade. Per questo viene segregata dall’uomo in nero, il druido che scopriremo solo nel finale essere il suo stesso padre, colui che ordina di mettere al rogo la madre di Senua, per purificarla a sua volta dall’oscurità.
Ma Senua è solo una bambina: non sa, non capisce, non ricorda. Si allontana e incontra Dillion, il primo a non giudicarla per quello che potrebbe essere, ma ad apprezzarla per quello che è davvero.
Ma la sua condizione non fa che peggiorare e per lei non resta che l’esilio: via, lontano da tutto il suo mondo e da tutti coloro che la considerano maledetta al punto da convincerla a sua volta di essere dannata.

Quando Senua ritorna, però, fa un’amara scoperta: i vichinghi, popolo notoriamente crudele e selvaggio, hanno conquistato il suo territorio e massacrato la sua tribù, riservando all’amato Dillion il peggiore dei sacrifici. Se avete giocato il titolo sapete di cosa parlo; per tutti gli altri: dopo essere stato impalato, le carni della schiena dell’uomo vengono squarciate e aperte a rappresentare le ali di un rapace.
La vista di questo orrore fa crollare del tutto la fragile psiche di Senua, corrosa anche dalle privazioni dell’esilio, sprofondandola in un abisso psicotico che dà origine alla sua ricerca: scendere nelle profondità di Hel, sconfiggere la Hela, la dea della morte, e salvare l’anima del suo amato.
Per farlo affronterà demoni del fuoco (il rogo della madre?), dell’oscurità, della paura. Tutte manifestazioni esterne della propria psicosi, che si rendono reali, tangibili e sfidanti. Il tutto mentre il morbo nero inizia a risalire lungo il suo braccio, minacciando di raggiungere la testa e porre fine alla sua battaglia (e al nostro gioco).

In realtà Ninja Theory ha giocato davvero sporco con noi, ci ha fatto credere di correre il rischio del permadeath, ma in realtà era una cosa ben diversa quella a cui si riferiva: l’oscurità non raggiunge MAI la testa di Senua, se non nel finale naturale della sua storia.
Ed ecco che i nodi vengono al pettine: per poter superare (non guarire, badate bene) la propria psicosi, Senua deve distruggere il suo sogno, lasciar andare Dillion e procedere oltre. Per farlo, deve superare il riflesso nello specchio, e scoprire così che Hela alla fin fine non è nient’altro che lei stessa: la dea del suo inferno personale, non è altri che se stessa e la propria psiche malata.
Per questo la battaglia finale richiede la nostra morte, perché è solo attraverso di essa che Senua può rialzarsi ed andare avanti.
Una morte metaforica quindi, in cui finalmente l’oscurità raggiunge la testa e pone fine al viaggio.

Chiudo la mia analisi con una curiosità: l’attrice che interpreta e dà il volto e la voce a Senua, Melina Juergens, che, in realtà, non è affatto un’attrice. Si tratta della video editor di Ninja Theory, a cui, nelle prime fasi di sviluppo del titolo, era stato chiesto di prestarsi ad alcune sessioni di motion capture a fini di test.
Col passare del tempo, tuttavia, gli sviluppatori si sono resi conti di avere già la loro protagonista, per questo Melina si è impegnata nel potenziare le sue capacità recitative, e ha seguito un programma di fitness dedicato a farla diventare Senua in tutto e per tutto. Fatiche che le sono valse i premi The Game Award per la miglior performance, e il British Academy Video Games Award nella categoria Performer.

Hellblade: Senua’s Sacrifice è un capolavoro da giocare al buio e con le cuffie. Uno dei migliori giochi che abbia avuto modo di conoscere nel 2018.

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