Videogames

The Town of Light – Luce di tenebra

Un pugno sotto lo sterno, proprio dove comincia lo stomaco.

Una sensazione di malessere, disagio, di prurito.

Distogliere lo sguardo ma al contempo guardare nell’orrore, con la consapevolezza che sì, è un videogioco e sì, è anche stata la realtà.

Il finale della magistrale opera dei toscani di LKA.it è spiazzante, crudele, duro e voglio partire proprio da lì per farvi capire perché c’era bisogno di questo The Town of Light e perché effettivamente merita tutte le quattro ore necessarie per andare in fondo alla vicenda.

The Town of Light mi ha attratto dalla prima volta che ne sentii di parlare, sia per la sua voglia di raccontare in modo peculiare una tematica “pesante”, sia perché si tratta di un’opera tutta italiana, quindi mi fiondai a provarlo durante il Lucca Comics & Games 2015, nella versione in anteprima rimanendone parecchio colpito (come scrissi anche in un articolo qui su Nerdando.com). Ora finalmente posso esaudire il desiderio che espressi allora e ringrazio gli sviluppatori che mi hanno dato l’opportunità di giocare fino in fondo il loro ultimo lavoro, con tutta la calma e la tranquillità che un titolo del genere richiede per essere goduto al meglio.

Perciò, senza Oculus stavolta (purtroppo) ma con tanta curiosità, mi sono addentrato nel fatiscente manicomio che si trova davvero a Volterra, in provincia di Pisa. Infatti The Town of Light è ambientato quasi totalmente dentro l’ex-ospedale psichiatrico della città e ci accompagna, con il suo doloroso e pesante carico di emozioni, nella vita di René, che capiamo essere stata una delle pazienti della struttura negli anni ’30-’40 del secolo scorso. L’esplorazione dell’ambientazione sarà un viaggio simbolico nella vita della povera sventurata e insieme un viaggio nell’orrore di una realtà che ha sempre rappresentato uno dei paradigmi del terrore. La parola “manicomio” è sempre stata legata, per noi nati dopo la Legge Basaglia che ne decretò la chiusura in Italia, a quel determinato immaginario horror che ne ha fatto ampio uso come ambientazione, scenario, mezzo per spaventare. Iniziando The Town of Light invece ci accorgeremo immediatamente che gli autori hanno rinunciato subito all’horror comunemente inteso; lo scenario è iperrealistico, niente colori esagerati o virate verso il dark, né musiche particolarmente Residentevilesche (passatemi il termine): un cancello da attraversare, come quello dei cantieri, intonaci caduti, mobili accatastati, erbacce e vetri rotti. E guardando negli angoli, nel mezzo della polvere e dei raggi di sole che illuminano il pulviscolo, ricordi di un tempo che non c’è più.

Carte ingiallite, documenti riguardanti persone defunte da mezzo secolo, targhe che ci ricordano che “le persone civili non sputano e non bestemmiano”, firmato Re Vittorio Emanuele.

Pian piano torniamo indietro nel tempo: l’Italia era un regno, non propriamente democratico, sono gli anni che precedono il secondo tragico conflitto mondiale e se davi segni di squilibrio, se non avevi la fortuna di qualcuno alle spalle che ti proteggesse, era quello il tuo posto. Schedato, denudato, la tua identità praticamente annullata, i giorni tutti uguali, tra il torpore del sedativo, le urla di chissà chi nel corridoio, le speranze che da sole ti illudono e ti permettono di andare avanti.

René cerca sé stessa tramite quei luoghi che si distorcono, lo spazio tempo si piega con il peso dei ricordi più dolorosi, narrati con disegni animati cupi ed inquietanti, proprio come in una graphic novel. Gente, qui non si scherza: si parla di sessualità repressa, abusi, azioni deplorevoli, perdita di umanità, e per farlo si è scelto un videogioco che ti porta in prima persona nel centro dell’orrore della mente e di ciò che ne consegue. E questa è una scelta forte, proprio perché grazie al videogioco noi siamo René, siamo dentro la vicenda e siamo con lei mentre tenta di districare la confusione dei suoi ricordi. Qui c’è ben peggio dei mostri di Outlast che ti fanno “Buh!” da dietro la porta. Qui il terrore sorge e sgorga copioso da dentro, di conseguenza a quel che vediamo e leggiamo.

“Vedere”? “Leggere”? Eh si, il videogioco è il mezzo, ma non si tratta di un titolo d’azione rocambolesca; oltre a qualche semplice enigma, si esplora molto, si legge e si prendono decisioni, è qui che LKA ci fa capire che lo scopo non è quello di criticare i manicomi e coloro che davvero si prefiggevano di curare gli sventurati che vi venivano regolarmente rinchiusi (come d’altronde ci spiega il disclaimer all’inizio del gioco) e lo fa con una grande eleganza: in determinati punti, dalla metà della storia in poi, dovremo compiere delle scelte e tali domande ci instilleranno effettivamente il seme del dubbio, sia sul passato della protagonista, sia sull’effettiva malafede o meno degli operatori. Non so se fosse davvero questo lo scopo, ma io l’ho percepito così: in ogni caso, complimenti, perché la storia si ramifica mentre prosegue verso lo scioccante finale.

Non che la vicenda manchi di scene o situazioni che turbano il giocatore (anzi, ogni volta che partiva una scena di animazione, un groppone non me lo toglieva nessuno) ma il finale mi ha fatto DAVVERO impressione. Sì, l’ho detto già prima, ma ci ripenso ogni tanto perché non mi capitava da un po’ che fossi così scosso durante i titoli di coda. Anzi, diciamo che è proprio tutta la parte finale a creare il climax giusto, senza fare alcuno spoiler perché quando arriva la botta vi deve colpire forti, tra capo e collo.

Ancora bravi.

E bravi anche perché la ricostruzione in digitale del manicomio di Volterra è secondo me (non che io sia un parere autorevole in merito, eh) magistrale. Il fatto che tutto sia frutto di un grande impegno anche di tipo documentaristico è lampante da ogni singolo dettaglio che il caro motore Unity porta in vita in modo efficace. Disegni e fotografie trasudano veridicità e rendono la ricostruzione storica molto plausibile. Non parliamo poi dei murales sulle pareti: quando si parla di tocco di classe, mi riferisco a queste cose qui. Atmosfera, atmosfera, atmosfera!

A questo punto ve lo posso dire: dato che sono un nerdaccio senza speranza e che abito in Toscana, non ho resistito alla grande tentazione di andare davvero a cercare questo manicomio per vedere come è in realtà. Ebbene, dopo qualche giro nelle strette stradine che circondano il nuovo ospedale di Volterra, ho imboccato il viale (ora chiamato Viale dell’ex-Manicomio) che porta, tra alberi e sterpaglie fino al famigerato cancello che si vede all’inizio del gioco. Ebbene, vi assicuro che l’atmosfera ricostruita nel titolo è di una perfezione imbarazzante. A parte il luogo, riportato e riadattato benissimo, ho potuto sentire addosso la decadenza e la tragicità emanata da quelle mura, da quelle finestre murate, dalle sterpaglie che si riprendono pian piano quel luogo di sofferenza.

Non so se The Town of Light possa essere considerato un titolo per tutti: non mi riferisco solo alle tematiche pesanti, ma anche al tipo di esperienza. E’ proprio un’esperienza di scoperta ed esplorazione, che ci porta man mano sempre più al centro del Cuore di Tenebra: chi cerca più interazione ed adrenalina non ne troverà. Ma potrebbe per quattro ore (una più, una meno) rinunciare alle esplosioni e calarsi in un racconto che induce a riflettere su realtà che fanno parte del nostro passato recente e che non saranno facilmente sepolte sotto cumuli di macerie. E che fanno male davvero.



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