
Geralt di Rivia ammazza mostri per mestiere. Peccato che le creature più difficili da affrontare non abbiano sempre zanne e artigli: a volte hanno una corona, a volte un passato doloroso, a volte soltanto uno specchio davanti al quale preferiscono non guardarsi.
Poche cose mettono d’accordo il Continente quanto la necessità di uccidere un mostro. Il problema è che, da queste parti, prima di estrarre la spada converrebbe controllare chi sia davvero la bestia.
Tra la voglia di rimettere mano a The Witcher 3: Wild Hunt, l’attesa per il prossimo capitolo e una quantità di missioni secondarie sufficiente a occupare il resto della nostra vita, la domanda viene da sé: perché il mondo di Geralt continua ad affascinarci così tanto?
Certo, ci sono i combattimenti, il folklore slavo, le creature terrificanti e quella capacità tutta witcheriana di trasformare una passeggiata nel bosco in un’esperienza potenzialmente letale. Ma sotto c’è dell’altro. Tra libri, videogiochi e serie TV, la saga di Sapkowski ci mette davanti a dilemmi morali, pregiudizi, legami familiari e persone che cercano disperatamente un senso. Un mondo fantasy che, a guardarlo bene, somiglia parecchio al nostro.
E, da psicologa, vi assicuro che è proprio qui che The Witcher diventa interessante.
Benvenuto e benvenuta nel Continente. Le pozioni sono pronte, le spade affilate e, come al solito, nessuno ha intenzione di pagarci abbastanza.
Attenzione: seguono spoiler su alcuni eventi e personaggi di The Witcher 3: Wild Hunt.
Il male minore: quando non scegliere è già una scelta

In molti GDR siamo abituati a sistemi rassicuranti. Aiutiamo il vecchietto, salviamo il villaggio, sconfiggiamo il cattivone e il mondo ci restituisce la bella sensazione di aver fatto la cosa giusta. Più qualche punto esperienza.
Poi arriva The Witcher e decide che la nostra serenità mentale non è una priorità.
Geralt cerca di restare neutrale e di non schierarsi nelle dispute degli umani. Il Continente, però, non ha alcuna intenzione di rispettare questa preferenza: lo costringe di continuo a prendere posizione, anche quando nessuna delle opzioni è davvero soddisfacente. Pensate alla missione del Bosco dei Sussurri, legata al Barone Sanguinario: da una parte gli orfani e gli abitanti di Downwarren, dall’altra una presenza misteriosa e pericolosa. Informazioni incomplete, motivazioni ambigue, nessun finale che accontenti tutti. Il gioco non ci chiede solo cosa vogliamo ottenere, ma quale prezzo siamo disposti a pagare.
In psicologia decisionale è il terreno dei dilemmi morali e del conflitto tra valori incompatibili: vogliamo proteggere gli innocenti e insieme evitare che altri subiscano conseguenze terribili; vogliamo essere giusti, ma giustizia e misericordia non sempre coincidono. E quando una decisione contraddice ciò che crediamo di essere, scatta la dissonanza cognitiva: quel disagio che proviamo quando azioni, pensieri e valori litigano tra loro. Ci consideriamo persone compassionevoli ma scegliamo l’opzione che fa soffrire qualcuno? Probabile che ci mettiamo a giustificare la scelta, a ridimensionarne le conseguenze o a rivedere al ribasso ciò che consideriamo accettabile. The Witcher ci lascia osservare il meccanismo mentre lo stiamo vivendo.
Non cerchiamo la risposta giusta. Cerchiamo quella che riusciamo a reggere anche dopo averne visto le conseguenze.
Attenzione, però: la neutralità non è di per sé sbagliata, ma non è nemmeno gratis. Non intervenire lascia che le cose vadano avanti da sole e, a volte, non scegliere significa solo rinunciare a controllare l’esito della propria scelta.
Il Continente ci ricorda una cosa valida anche fuori dal gioco: non sempre possiamo ottenere tutto ciò che riteniamo giusto nello stesso momento. E no, ricaricare il salvataggio per vedere l’altro finale, nella vita reale, non è previsto. Purtroppo.
Il peso di essere diversi: quando la società ha bisogno di te ma non ti vuole

Gli esseri umani sono bravissimi a costruire categorie. Noi e loro, normali e diversi, gente affidabile e gente da cui stare alla larga. Servono a orientarsi nel mondo, ma diventano con facilità strumenti di esclusione. E Geralt lo sa bene.
Gli witcher vengono sottoposti a mutazioni e addestramenti estremi per cacciare mostri: professionisti che rischiano la vita contro minacce che gli altri non saprebbero nemmeno riconoscere. Eppure, appena mettono piede in una locanda, raccolgono sospetto, insulti e ostilità. Il Continente ha bisogno degli witcher, ma preferirebbe non averli tra i piedi.
È una dinamica che la psicologia sociale descrive con i concetti di stigma e deumanizzazione: processi con cui una persona viene ridotta a un’etichetta o a una funzione, invece di essere riconosciuta nella sua complessità. Geralt è utile finché c’è una creatura da sgozzare. Ma essere utili non vuol dire essere accettati, e la comunità può desiderare il servizio di qualcuno rifiutando, nello stesso istante, quel qualcuno.
Non serve il fantasy per riconoscerla: pensa a chi viene cercato solo quando risolve i problemi degli altri, o definito da un’unica caratteristica che cancella tutto il resto. Essere necessari non equivale a sentirsi parte di un gruppo.
Qui però va fatta una precisazione: non possiamo dire che Geralt sia emotivamente distaccato soltanto perché viene rifiutato, né affibbiargli una diagnosi. Il suo modo di stare al mondo nasce anche dalla sua storia, dall’addestramento e dalle aspettative sociali. Detto questo, il suo atteggiamento ha tutta l’aria di una forma di protezione: se le persone ti trattano ripetutamente da mostro, prendere le distanze diventa un modo per non farti ferire ancora. Ironia, freddezza apparente e battute taglienti costano meno che esporre la propria vulnerabilità.
Forse è anche per questo che il Lupo Bianco ci parla così tanto. Dietro la fama e le risposte sarcastiche c’è un personaggio che non smette di fare i conti con lo sguardo degli altri. E che, nonostante tutto, continua a presentarsi quando qualcuno ha bisogno di lui. Anche quando quel qualcuno, cinque minuti prima, lo chiamava mutante.
Geralt, Yennefer e Ciri: la famiglia che non ti capita, ma che scegli

Se The Witcher fosse solo mostri, guerre e decisioni discutibili, non ci affezioneremmo tanto ai suoi personaggi. Buona parte della sua forza emotiva sta nei legami che nascono in mezzo al caos.
Geralt, Yennefer e Ciri hanno storie diverse ma lo stesso rapporto complicato con il controllo, la vulnerabilità e il proprio posto nel mondo. Geralt è stato strappato alla madre e affidato agli witcher da bambino; Yennefer ha un’infanzia segnata dal rifiuto e una lunga fuga dall’impotenza; Ciri si ritrova al centro di interessi politici molto più grandi di lei, con mezzo Continente pronto a decidere cosa debba diventare. Nessuno dei tre parte da una posizione comoda per costruire relazioni serene. Eppure, strada facendo, costruiscono un legame che scavalca la parentela biologica.
È il tema della found family, la famiglia elettiva: persone che diventano famiglia attraverso la cura reciproca, la presenza e la scelta di restare anche senza alcun obbligo. E, cosa interessante, l’intimità non passa da grandi dichiarazioni ma da comportamenti concreti. Geralt è un uomo di poche parole, ma il suo rapporto con Ciri si misura in protezione, addestramento, preoccupazione, rischi corsi per lei. Yennefer, dietro il carattere spigoloso e il bisogno di controllo, dimostra quanto tenga alla ragazza.
Il legame non è privo di conflitti: non sono genitori perfetti, non azzeccano sempre le scelte, non hanno la formula magica. Ed è proprio l’imperfezione a renderli credibili.
La teoria dell’attaccamento, nata dal lavoro di John Bowlby, ci aiuta a capire quanto le relazioni significative influenzino il modo in cui gestiamo vulnerabilità, fiducia e separazione. Non assegnerò a ciascuno il suo bravo stile di attaccamento come fosse il test di una rivista, sarebbe scorretto, ma le loro vicende mettono in scena i temi centrali della teoria: bisogno di sicurezza, paura della perdita, possibilità di affidarsi a qualcuno. Le relazioni non cancellano per magia le ferite del passato, però offrono nuove occasioni per sentirsi riconosciuti e sperimentare fiducia.
Ed è qui che il rapporto tra Geralt e Ciri diventa speciale. Ciri non è solo qualcuno da proteggere perché lo dice il destino: è una persona che Geralt impara a conoscere e a cui deve, poco alla volta, riconoscere autonomia. Perché amare qualcuno non significa solo tenerlo al sicuro, ma anche accettare di non poterne controllare ogni scelta. Una relazione diventa davvero significativa quando la protezione non si trasforma in possesso.
In una saga piena di profezie e di gente convinta di sapere quale sia il destino altrui, è forse l’idea più potente di tutte. La famiglia non è per forza il luogo da cui veniamo: può essere quello che costruiamo, un passo alla volta, con le persone che scegliamo. E sì, a volte comprende pure un bardo decisamente troppo loquace. Nessuna famiglia è perfetta.
Il vero mostro è quello che non vogliamo riconoscere

Uno degli aspetti più riusciti di The Witcher è il continuo ribaltamento tra umani e mostri. Le creature che Geralt affronta sono spesso spaventose, ma non per forza malvagie: alcune reagiscono a una minaccia, altre sono vittime di maledizioni, altre ancora diventano pericolose dopo eventi tragici. Nel frattempo gli esseri umani, quelli che dovrebbero incarnare la civiltà, danno prova di crudeltà e pregiudizi che nessuna mutazione magica basta a spiegare.
Prendi il Barone Sanguinario, uno dei personaggi più complessi del terzo capitolo. Non è il cattivo da punire e basta, ma nemmeno la vittima delle circostanze da assolvere in automatico. È un uomo che si porta dietro sofferenza, dipendenze, rabbia e responsabilità per ciò che fa. Il suo dolore aiuta a spiegare certi comportamenti, non li rende innocui.
Comprendere le ragioni di un comportamento non significa assolverlo. Possiamo cercare di capire da dove nasce la violenza senza normalizzarla, riconoscere la sofferenza di una persona senza ignorare quella che ha causato agli altri. È un equilibrio scomodo, ma è l’unico modo per non cadere né nella demonizzazione facile né nella giustificazione di qualsiasi cosa in nome del passato.
C’è poi una chiave di lettura in più: l’Ombra di Carl Gustav Jung. In parole povere, l’Ombra raccoglie gli aspetti di noi che fatichiamo a riconoscere perché mal si accordano con l’immagine che abbiamo di noi stessi. Non è sinonimo di cattiveria: comprende impulsi, desideri ed emozioni che preferiamo non vedere. Usata come lente sulla saga, illumina un meccanismo ricorrente: spedire all’esterno tutto ciò che ci spaventa. Il diverso diventa il mostro, il nemico l’unico colpevole, e la comunità si racconta civile mentre perseguita chi non le somiglia. Nel Continente tutto questo si fa letterale, tra creature e maledizioni, ma la metafora regge benissimo anche senza magia.
Senza esagerare, s’intende: non ogni discriminazione si spiega con la proiezione, e l’Ombra junghiana non è una legge universale del comportamento umano. Resta però la domanda: quanto è più comodo cercare il male negli altri che interrogarsi sul proprio?
Geralt, in fondo, non è solo un guerriero che elimina creature pericolose: è uno che deve imparare a distinguere ciò che appare mostruoso da ciò che è davvero dannoso. E per farlo la forza bruta non basta. Servono osservazione, informazioni, ascolto e la disponibilità a mettere in discussione la prima impressione. Che, a pensarci, sono competenze utili anche a chi non possiede una spada d’argento.
Perché continuiamo a tornare nel Continente?

Torniamo alla domanda di partenza. Perché, tra violenza, ingiustizie e una notevole quantità di decisioni discutibili, vogliamo sempre rientrare nel mondo di The Witcher?
Una risposta sta nel modo in cui le storie coinvolgenti ci fanno attraversare emozioni e conflitti attraverso personaggi con cui entriamo in relazione. La psicologia dei media la chiama immersione narrativa: ci concentriamo sul mondo della storia al punto da seguire con partecipazione ciò che accade ai protagonisti. Nei videogiochi si aggiunge un ingrediente in più: non siamo spettatori, agiamo. Questo senso di agency (la percezione di poter influenzare ciò che accade) rende le scelte di gioco particolarmente coinvolgenti.
In The Witcher 3 le nostre decisioni non producono sempre il risultato sperato, ma ci mettono di fronte alla responsabilità delle nostre azioni. Non possiamo limitarci a guardare il destino di Geralt: dobbiamo costruirlo. E il mondo in cui lo facciamo non è esattamente accogliente: è sporco, instabile, attraversato da guerre e disuguaglianze, popolato da persone egoiste e istituzioni ingiuste, dove le buone intenzioni non garantiscono nulla.
Ed è proprio questa imperfezione a dare valore alle piccole vittorie. Aiutare qualcuno senza chiedere ricompensa. Scoprire la storia tragica dietro una creatura terrificante. Ritrovare i compagni a Kaer Morhen. Lasciare che Ciri affronti il proprio futuro senza decidere ogni cosa al posto suo. Momenti che contano perché esistono in un mondo dove niente è garantito.
Non che ogni videogioco debba insegnarci qualcosa: il gioco può essere divertimento, evasione, esplorazione e basta. Ma le storie che ci coinvolgono ci offrono anche uno spazio per esplorare domande reali. Cosa considero giusto? Quanto sono disposto a rischiare per qualcuno? Che cosa significa essere buoni quando ogni alternativa comporta una perdita? Posso proteggere chi amo senza impedirgli di scegliere?
The Witcher non risponde a tutte queste domande, e probabilmente, è questo il suo punto di forza. Non ci consegna un modo per diventare persone migliori: ci mette davanti a situazioni complicate e ci lascia il tempo di reagire, sbagliare, ripensarci e, a volte, convivere con le conseguenze.
In conclusione: siamo sicuri di sapere chi è il mostro?

La saga di Geralt ci parla di morale, pregiudizio, sofferenza e legami. Ma soprattutto ci ricorda quanto sia complicato capire davvero le persone quando ci fermiamo alla prima impressione.
Il mostro può essere una creatura da affrontare con una spada d’argento. Può essere un uomo che ha trasformato il proprio dolore in violenza. Può essere una società che esclude chi considera diverso. E può essere anche l’immagine troppo semplice che usiamo per non fare i conti con la complessità.
La psicologia non serve a stabilire chi sia buono e chi cattivo, né a diagnosticare ogni personaggio che incrociamo in un videogioco. Serve, semmai, a leggere queste storie con un po’ più di consapevolezza, riconoscendo i meccanismi che le rendono così umane. Forse è per questo che continuiamo a seguire Geralt: mentre lui cerca di capire quali mostri meritino davvero una spada, noi possiamo chiederci cosa renda una persona degna di fiducia, come affrontiamo il dolore e quanto pesino le nostre scelte. Anche quando la risposta non ci piace.
Perché, come insegna il Continente, il problema non è sempre scegliere tra bene e male. A volte è accettare che, pur facendo del nostro meglio, non possiamo evitare ogni conseguenza.
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