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Fiere del fumetto: dalle origini negli USA al Napoli Comicon

Napoli Comicon

Articolo a cura di Antonio Petito che trovate qui
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Esistono eventi che sembrano essere sempre stati così.

Grandi. Caotici. Pieni.

Stand ovunque, code interminabili, cosplay curati nei minimi dettagli, annunci, ospiti, creator. Un flusso continuo di persone e contenuti che sembra naturale, quasi inevitabile.
Eppure non è sempre stato così.

Le fiere del fumetto, per come le conosciamo oggi, non sono nate come eventi di massa, capaci di accogliere centinaia di migliaia di persone, né per diventare il punto d’incontro tra cinema, videogiochi, serie TV e cultura pop.

All’inizio erano qualcosa di completamente diverso.

Molto più piccole.
Molto più intime.
Quasi invisibili.

E mentre il Napoli Comicon si prepara ad aprire ancora una volta le sue porte per l’edizione 2026, è proprio da lì che vale la pena partire.

Le origini: tutto iniziò negli USA

Molto prima delle folle, degli stand e degli annunci, le fiere del fumetto non erano affatto “fiere”.

Non c’erano padiglioni.
Non c’erano palchi.
Non c’erano nemmeno “eventi” nel senso in cui li intendiamo oggi.

C’era solo una cosa: i fan.

Negli anni Sessanta, negli Stati Uniti, il fumetto era ancora considerato un prodotto marginale, privo di un vero riconoscimento culturale e di un importante evento fisico dedicato in cui parlarne.

Eppure, proprio in quel contesto, qualcosa inizia a muoversi.

Figure come Stan Lee e Julius Schwartz iniziano a pubblicare nelle riviste gli indirizzi completi dei lettori. Un dettaglio apparentemente secondario, ma fondamentale: per la prima volta, gli appassionati possono trovarsi, scriversi, riconoscersi.

Nasce così una rete informale fatta di lettere, scambi e fanzine: una comunità.

È in questo contesto che emerge una figura chiave: Jerry Bails, spesso considerato il “padre del fandom dei fumetti”. Tra il 1961 e il 1962 contribuisce a fondare l’Academy of Comic-Book Fans and Collectors, una delle prime organizzazioni dedicate allo studio e alla conservazione del fumetto.

Ma soprattutto, crea un precedente: i fan possono organizzarsi.

Il passaggio successivo è inevitabile.

Nel marzo del 1964, proprio a casa di Bails, si tiene uno dei primi raduni documentati: l’Alley Tally. Poche persone, riunite per contare i voti degli Alley Awards.

Niente pubblico. Niente spettacolo.
Solo un po’ di appassionati, tutti nella stessa stanza.

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Pochi mesi dopo, a luglio, a New York prende forma qualcosa di ancora più riconoscibile: la Tri-State Con, considerata la prima vera comic convention. Circa cento partecipanti, una sala sindacale, e tra gli ospiti anche Steve Ditko.

È ancora tutto minuscolo, ma è già qualcosa di diverso.

Per la prima volta, il fumetto esce dalla dimensione privata e diventa un evento.

Negli anni successivi, questo modello inizia a prendere forma. Nel 1970 nasce quella che diventerà il punto di riferimento mondiale: il San Diego Comic-Con. La prima edizione attira poco più di 300 persone.

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Un numero che oggi sembra irrilevante, ma che dentro lasciava già intravedere il futuro.

Perché una volta che una comunità si incontra, cresce.
E quando cresce, cambia forma.

Da quel momento in poi, non si torna indietro.

La domanda non è più se queste fiere continueranno a esistere, ma fino a dove potranno arrivare.

Come le fiere del fumetto sono diventate un fenomeno di massa

All’inizio, le fiere del fumetto erano incontri.

Poi diventano eventi.

E a un certo punto, smettono di essere solo questo.

Tra gli anni Ottanta e Novanta succede qualcosa di decisivo: il fumetto smette di essere un universo chiuso e inizia a contaminarsi con tutto il resto: cinema, televisione, giocattoli, videogiochi.

Le convention non sono più solo luoghi dove comprare e scambiare albi, ma diventano spazi in cui la cultura pop, nel suo insieme, inizia a prendere forma.

Eventi come il San Diego Comic-Con iniziano ad allargare il proprio raggio d’azione. Non si parla più soltanto di fumetti, ma di tutto ciò che da quei fumetti deriva.

È il primo vero salto.

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Negli anni Novanta, poi, arriva un altro elemento destinato a cambiare tutto: Internet.

Per la prima volta, i fan non devono più aspettare una fiera per trovarsi. Possono organizzarsi, coordinarsi, creare community online.

E, proprio per questo, le fiere cambiano funzione; non sono più solo un punto di incontro, ma diventano un punto di riferimento.

È lì che si concentrano le novità, si fanno gli annunci e -in generale- succedono le cose importanti.

A consolidare questo cambiamento arriva, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, un nuovo modello: quello delle convention costruite attorno alle celebrità, fatto di autografi, panel tematici ed esclusive pensate proprio per l’evento.

Il fumetto resta, ma non è più l’unico protagonista.

E poi arriva Hollywood.

Con l’esplosione dei cinecomic nei primi anni Duemila — e in particolare con la nascita del Marvel Cinematic Universe — le fiere diventano il palcoscenico perfetto per il lancio globale di film e serie TV, con teaser trailer mostrati in anteprima, cast sul palco e reazioni del pubblico che fanno il giro del mondo.

La “Hall H” del SDCC diventa, nel tempo, uno dei luoghi più influenti dell’industria dell’intrattenimento, in un passaggio simbolico che sancisce un cambio radicale: non sono più le fiere a inseguire la cultura pop, ma è la cultura pop che passa da lì.

Parallelamente, in quegli anni un altro fenomeno cresce fino a diventare centrale: il cosplay che, da pratica di nicchia, diventa pian piano un elemento visivo dominante, uno dei “linguaggi pop” più riconoscibili all’interno degli eventi.

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Le fiere smettono definitivamente di essere qualcosa da osservare, ma qualcosa da vivere, e quando un evento diventa esperienza, il passo successivo è inevitabile: diventa massa.

E la cosa si estenderà anche nel resto del mondo.

L’arrivo in Europa: le fiere come eventi culturali

Negli Stati Uniti, le convention crescono seguendo una logica sempre più commerciale e mediatica. In Europa, invece, il percorso è diverso: il fumetto non viene solo consumato, viene legittimato e considerato cultura.

Il punto di svolta arriva nel 1974, con la nascita del Festival International de la Bande Dessinée di Angoulême. Non in una grande metropoli, ma in una piccola città francese destinata a diventare, nel giro di pochi anni, un punto di riferimento mondiale.

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Qui il fumetto non è solo intrattenimento, ma esposizione, critica, studio.

Le tavole originali vengono trattate come opere d’arte, gli autori diventano protagonisti e i premi iniziano ad assumere un peso internazionale.

È un approccio completamente diverso. Non si tratta più soltanto di radunare fan, ma di costruire un’identità culturale attorno al medium.

A rafforzare questo processo è anche il supporto istituzionale: in Francia, il fumetto viene riconosciuto ufficialmente come “Nona Arte”, entrando a pieno titolo nel discorso culturale nazionale, come un vero e proprio linguaggio artistico.

Mentre negli Stati Uniti le fiere diventano sempre più grandi, in Europa diventano sempre più radicate. Dei semplici eventi diventano parte delle città che li ospitano: festival diffusi, spazi urbani trasformati, intere comunità coinvolte. Delle vere e proprie “città nelle città”.

È qui che nasce il “modello della fiera-città”, un formato che non si limita a contenere il pubblico ma lo ingloba, e che, negli anni successivi, troverà una delle sue espressioni più potenti proprio in Italia.

Intanto, in Italia…

Per iniziare questo articolo, abbiamo giustamente guardato agli Stati Uniti come punto di partenza. Ma c’è un dettaglio che spesso passa inosservato: in un certo senso, l’Italia arriva prima.

Nel 1965, a Bordighera nacque il Salone Internazionale dei Comics, la prima manifestazione al mondo strutturata e con un respiro realmente internazionale dedicata al fumetto. Non un raduno spontaneo, non un incontro tra fan, ma un evento pensato, organizzato, costruito.

Dietro ci sono nomi come Romano Calisi e Claudio Bertieri, con il supporto di figure come Umberto Eco.

“Quando ho voglia di rilassarmi leggo un saggio di Engels, se invece ho voglia di impegnarmi leggo Corto Maltese”

Il successo è immediato, ma la storia prende presto una nuova direzione. Già dal 1966 il Salone si sposta a Lucca, dando inizio a un legame che dura ancora oggi. Quella che nasce come una rassegna specialistica diventa nel tempo qualcosa di molto più grande, sempre più aperto al pubblico e sempre più contaminato da altri linguaggi.

Il vero punto di svolta arriva nel 1993 con l’avvento di Lucca Comics & Games: non è solo un cambio di nome, ma di visione, con la trasformazione più radicale che arriva nel 2006, quando la fiera abbandona gli spazi tradizionali per occupare l’intero centro storico della città toscana. Le mura diventano il perimetro dell’evento, le piazze e le strade si trasformano in spazi espositivi. Non è più una fiera dentro una città, ma una città che diventa fiera.

Napoli Comicon

Il modello della “fiera-città”, già sperimentato altrove in Europa, qui raggiunge una delle sue forme più compiute, e i numeri iniziano a crescere fino a diventare imponenti: centinaia di migliaia di visitatori e un impatto economico sempre più rilevante.

In questo equilibrio tra cultura e intrattenimento, tra industria e passione, l’Italia costruisce una propria identità nel panorama globale delle fiere del fumetto. Ed è proprio su questa base che emergono esperienze diverse, capaci di interpretare la cultura pop in modo nuovo, tra cui una in particolare destinata a diventare centrale, sia per numeri che per impatto.

Quella di Napoli.

Il Napoli Comicon: identità, crescita e trasformazione

Napoli Comicon rappresenta un caso particolare. A differenza di Lucca, non nasce come estensione di un modello già consolidato, ma come progetto che costruisce la propria identità nel tempo, adattandosi e trasformandosi insieme al pubblico che lo segue.

La sua origine risale al 1998, a Castel Sant’Elmo, una scelta che fin dall’inizio definisce il carattere dell’evento: un dialogo costante tra cultura pop e contesto storico, tra immaginario contemporaneo e città.

Col passare degli anni però, la crescita del pubblico rende inevitabile un’evoluzione strutturale. Il trasferimento alla Mostra d’Oltremare segna un passaggio decisivo: da evento raccolto a grande manifestazione di massa. È qui che il Comicon assume progressivamente la forma di un ecosistema completo della cultura pop, capace di integrare tutte le realtà che le più grandi fiere internazionali contengono.

Napoli comicon

Ma il Napoli Comicon non si spiega davvero attraverso le sue strutture o i suoi numeri. Si capisce nell’attesa.

Nelle file che iniziano molto prima dell’apertura dei cancelli. Nei gruppi che si danno appuntamento mesi prima. Nei cosplay che prendono forma lentamente, tra prove, errori, dettagli rifiniti fino all’ultimo minuto.

Si capisce nel momento in cui si varca l’ingresso e tutto cambia ritmo. Il rumore aumenta, gli spazi si aprono, le persone diventano parte dello stesso flusso. Non si cammina semplicemente dentro una fiera: si entra dentro un linguaggio condiviso.

Ogni padiglione è una possibilità diversa. Ogni angolo è un incontro. Ogni giornata è troppo piena per essere ricordata tutta intera.

Ed è forse questo il vero elemento che ha reso il Comicon qualcosa di più di un evento: la sensazione di esserci dentro, anche solo per pochi giorni, come se il resto del mondo restasse fuori, un’esperienza collettiva prima ancora che culturale.

E proprio mentre questa nuova edizione si prepara ad aprire le porte, questo racconto smette di essere solo storia. Diventa presente.

Perché al prossimo Comicon non si andrà solo per vedere cosa succede, ma per farne parte e raccontarlo mentre accade.

Anche Nerdando sarà lì, dentro questo flusso, per viverlo e raccontarlo dall’interno.

Non come osservatori distanti, ma come parte della stessa esperienza.

Perché alla fine le fiere del fumetto non sono mai state davvero solo fiere: sono sempre state un modo per stare insieme, dentro le storie che ci appassionano.

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