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I 50 anni dell’allunaggio: storia di un traguardo umanitario

Siamo andati sulla Luna

“Nel 1969 siamo andati sulla Luna” e almeno su questo siamo (quasi) tutti d’accordo.
Ogni volta che qualcuno lo dice, mi sorprende la scelta lessicale: siamo, non sono o è, ma siamo, perché per quanto la camminata in sé sia stata fatta da una manciata di persone, di fatto l’allunaggio consiste in un traguardo globale. Uno dei risultati più importanti raggiunti dal genere umano, che ha visto sfidarsi potenze politiche ed economiche nella cosiddetta “corsa alla Luna” ma che alla fine viene considerata una vittoria di tutti. Proprio oggi ricorre il cinquantenario (lo sbarco avvenne infatti il 20 luglio 1969) e per l’occasione sono stati organizzati numerosi eventi celebrativi. Una fra tutti è la conferenza organizzata dall’Associazione Italiana di Studenti di Fisica (AISF), nella quale Luca Perri, l’astrofisico e divulgatore scientifico che lavora all’osservatorio astronomico di Milano, ha raccontato le tappe salienti della gara al nostro satellite.

Potevo forse esimermi dal prenderne parte? Ovviamente no. Rimasta colpita dal tono appassionante usato dal volgarizzatore, ho deciso di riportarvi le parti più interessanti che ha condiviso con noi. Mettetevi comodi, andate in bagno e allacciate le cinture: il viaggio verso la Luna ha inizio (e sarà un po’ lunghino).

Una meta leggen…daria

Il lungo viaggio della scienza legato alla Luna ha inizio più di quattro secoli fa, nel 1609, quando Galileo Galilei presenta ufficialmente il suo primo telescopio (il cannocchiale). Prima di lui e dei suoi mezzi rivoluzionari però, già in molti avevano proposto teorie circa il misterioso orbitante.

I primi furono i Sumeri, che la chiamavano Nanna, e poi gli Egizi, che alternavano i nomi Thoth (dio della cultura) e Osiride (il dio della vita, della morte e della fertilità). Per i Cinesi è Chang’e moglie di Hou Yi: quest’ultimo aveva ricevuto in dono una bacca che rendeva immortali; la donna, ingolosita dall’aspetto del frutto, ne addentò metà e subito iniziò a fluttuare talmente in alto da finire sulla Luna. Il marito pur di non abbandonarla ne mangiò la parte restante, finendo sul Sole. Così i Cinesi spiegavano il plenilunio: era il momento del mese in cui Hou Yi andava a trovare la cara Chang’e.

Per i Greci invece la Luna era Selene, una Diana con falce lunare in testa, mentre per molte altre mitologie ha un volto d’anziano. Una leggenda medievale ci insegna che l’ombra di Caino, uccisa dal fratello, rimase intrappolata sulla Luna, la quale sorse poco dopo il fratricidio. Dante nel 1316 riprende il racconto quando nella seconda cantica del Paradiso si ritrova proprio nella cerchia della Luna. Lì spiega a Beatrice che le zone più scure sono quelle a densità maggiore, ma lei lo rimbecca, parlando del magico potere dei cherubini e di altre cose allegoriche.

Nel 1800 tocca a John Herschel parlare della Luna: lui, figlio di una famiglia dotta sempre con il naso all’insù, si trasferisce in sud Africa per osservare meglio il cielo. Il New York Sun si inventa di sana pianta una serie di reportage e di interviste fatte all’astrofisico, pubblicando racconti impossibili secondo i quali, dalle esplorazioni lunari, risulterebbe che il satellite sia abitato da pipistrelli, da unicorni blu e da altre interessanti creature inesistenti. Fun fact: la serie di racconti e aneddoti legati alla figura di Herschel e la Luna, corrisponde al primo vero complotto lunare: quello sul mancato allunaggio arrivò almeno un secolo e mezzo dopo.

Nel 1865 Jules Verne prende il testimone, raccontando nel suo Dalla Terra alla Luna l’avventura di tre americani che vengono sparati sulla Luna da una sonda in un cannone. Verne aveva studiato realisticamente ciò che sarebbe potuto accadere, e non manca di molto le tappe salienti di ciò che realmente accadrà.

Più scienza e meno fantascienza

Intorno al V millennio a.C. si misurava lo scorrere del tempo grazie agli ingegnosi strumenti legati alla Luna e alle sue fasi. Sono infatti stati rinvenuti calendari lunari primitivi, sassi scolpiti accuratamente e altri reperti curiosi. Pensate che i babilonesi misurarono precisamente il ciclo lunare, alternando 12 anni da 12 mesi a 7 anni da 13 mesi.

La scienza moderna ha inizio però nel 1609, quando Galileo Galilei inventa il suo cannocchiale modificato e lo alza verso il cielo. Quel telescopio è il primo strumento scientifico in quanto tale, perché per la prima volta ciò che viene visto dallo strumento consiste in una prova oggettiva e non più in un qualcosa che necessiti di interpretazione.

In quegli anni nasce la selenografia, la scienza che si occupava di colorare le osservazioni lunari fatte solitamente da persone appartenenti al ceto ecclesiastico (tendenzialmente, frati). A furia di trovare cose in cielo, incombe la necessità di dare un nome a quelle macchiette: il sistema di nomenclatura, che inizialmente celebrava personaggi illustri esistenti, diviene presto sensato e razionale grazie a Padre Grimaldi (e intanto siamo nel 1661).

Poi le mappe diventano localizzate: anziché disegnare tutta la palla fluttuante, ci si focalizza su un dettaglio della superficie lunare. In questo modo è più facile mettere in risalto i particolari. Ebbene, quelle stesse mappe realizzate nel 1700, saranno il punto di partenza per la scelta della zona su cui fare atterrare l’Apollo 11 più di 200 anni dopo.

Nel 1874 nascono i primi modelli tridimensionali della Luna, grazie a James Nasmyth e James Carpenter, ma sarà solo nel XX secolo che avrà inizio l’astrofotografia vera e propria, quando George Ritchey scatta la prima foto veramente accurata del nostro satellite.

La corsa allo spazio

Durante gli anni della seconda guerra mondiale ha inizio la corsa allo spazio: fronti contrapposti mirano al raggiungimento dell’orbitante non tanto per scopi scientifici, quanto più per sfruttare l’allunaggio a fini bellici.

Nella base di Peenemunde (Germania) i tedeschi facevano esperimenti con l’A-4 (altrimenti noto come V2), un missile con una gittata di 360km con il quale bombardavano Londra. Il rapporto qualità prezzo non era però dei migliori, pertanto si preferì concentrarsi sui bombardieri. Tuttavia, al termine della seconda guerra mondiale, la base era rimasta ricca di nuove tecnologie che attirarono l’attenzione dei due protagonisti della nostra storia: i Russi e gli Americani.

Questi ultimi sono i primi a raggiungere la zona, pertanto sfruttano il vantaggio militare alla stessa stregua di un bandito che esordisce con “o la borsa o la vita!“, solo che al posto di un portamonete pieno e scintillante, gli americani ottennero dagli sconfitti la maggior parte del materiale scientifico. C’è da dire che non tutti accettarono, anzi: alcuni tedeschi riuscirono a fuggire, cambiando poi idea. Quando tornarono nella base ormai depredata, trovarono ad attenderli i soldati sovietici, i quali si dovettero accontentare della seconda scelta. Fortunatamente per loro però, la mancanza di materiale di prima mano fu sopperita dalla presenza di scuole prestigiosissime nelle quali poterlo riprodurre.

In tutto ciò, ai Russi va il vantaggio maggiore: la presenza di Sergej Pavlovič Korolëv, il progettista capo grazie al quale il dominio sovietico riuscì inizialmente a raggiungere la maggior parte dei traguardi spaziali. L’incolumità dell’ingegnere andava tutelata con ancor più riguardi del vaso dell’Amaro Montenegro, pertanto non solo evitava di firmarsi usando il nome intero, ma pur di schivare eventuali agguati fu costretto dal regime sovietico a rifiutare addirittura il premio Nobel.

Primi piccoli traguardi animali

Nel 1946, il missile tedesco V2 scatta la prima immagine della Terra vista dallo spazio, aprendo le danze a quella che sarà una partita 1:1 fra i due agguerritissimi avversari. Non è un caso che il missile utilizzato fosse un prodotto teutonico: il V2 è proprio quello che venne testato a Peenemunde, la base tedesca depredata da Americani (prima) e Russi (dopo) al termine della seconda guerra mondiale. La tecnologia bellica sviluppata singolarmente e l’aiuto germanico ricevuto da entrambi costituirono il punto di partenza della sfida sulla tecnologia missilistica.

L’anno dopo, è tempo di testare il volo sugli esseri viventi: dopo qualche moscerino (1947), vengono mandate 5 scimmie di nome Albert. Anche se muore schiantato, Albert II è ufficialmente il primo primate nello spazio (14/6/1949), gli altri o decedono degnamente, o esplodono. Si parla ufficialmente di “Spazio” quando viene superata la linea di Karman, limite convenzionale fissato come confine, e quella scimmietta fu proprio la prima a varcarlo. Vista la sopravvivenza nulla delle bestiole, gli americani adottano una nuova strategia: cambiano nome ai macachi, perché evidentemente Albert non era adatto (uomini di scienza sì, ma fino a una certo punto). Nel 1959, le due scimmie Able e Baker sopravvivono alla missione raggiungendo i 483km di quota e rientrando sani e salvi. (Able muore però pochi giorni dopo).

I russi dal canto loro ci mandano una quantità imprecisata di cagnette, da 10 a 57, non si sa con precisione. Sicuramente fra queste ricordiamo Kudrjavka, la cagnolina riccolina di razza Laika che nel 1957 fu spedita dai Russi nello spazio. L’animale resistette più di 4 giorni in orbita, ma per sua sfortuna, la capsula Sputnik 2 sulla quale si trovava era attrezzata per il supporto vitale (cibo, acqua e sensori che ne monitorassero i parametri vitali) ma non per il rientro.

Prima dello Sputnik 2 ci fu ovviamente lo Sputnik 1, il primo satellite artificiale mandato in orbita intorno alla Terra. La sonda raggiunse un’orbita ellittica bassa terrestre, dove rimase per tre settimane prima che le batterie si scaricassero: a quel punto orbitò per un altro paio di mesi, prima di rientrare in atmosfera e distruggersi.

Un paio d’anni dopo Kudrjavka, i Russi lanciano il satellite Luna 1 con l’intento di farlo schiantare sulla superficie di quella meta tanto ambita. Purtroppo però sbagliano mira e il corpo finisce oltre l’orbita lunare: il Luna 1 diventa così il primo satellite eliocentrico, con il quale verranno scoperte le particelle di vento solare. Nel 1959 però, riescono nel loro intento: il Luna 2 impatta lì dove era diretto e conferma l’esistenza del vento solare.

Gli americani poco dopo preparano le Sonde Ranger, che fra gennaio e ottobre 1962 avrebbero dovuto fare altrettanto. Lo scopo era quello di ottenere immagini di alta qualità della superficie lunare, e poi impattare dopo aver sganciato una sfera contenente quella strumentazione che sarebbe stata utile in futuro (un po’ come quando traslochi, ma prima di trasferirti nella casa nuova inizi a portarci le cose). Per mantenersi sotto un certo peso, gli statunitensi costruiscono le sfere in legno di balsa. Sfortunatamente tutte le sonde fallirono, perciò non sapremo mai se la scelta del legno avrebbe funzionato.

Intanto i Russi nell’ottobre di quello stesso ’59 mandano il Luna 3, grazie al quale vengono scattate le prime foto del lato nascosto della Luna.

Nell’agosto del 1960, i sovietici raggiungono per primi un altro grande traguardo, riuscendo a far tornare dallo spazio uno Sputnik 5 pieno di animali: un coniglio, 42 topi, 2 ratti e un po’ di mosche, dopo aver effettuato 18 orbite. Gli americani raggiungono lo stesso risultato solo nel 1961 facendo rientrare Enos la scimmietta solo dopo 76 scariche elettriche e 1 orbita.

Prepotente intromissione francese, che 18 ottobre del 1963 mandano in orbita Felicette (Felix the cat), la quale rientra sulla Terra sana e salva (e poi viene soppressa, ma questi son dettagli).

Gli uomini nello spazio

Fra un micio e una scimmietta, si pensa non solo a cosa mettere nella navetta ma anche (e soprattutto) alla forma da dargli. L’aspetto che una navetta ad hoc arriva ad avere è frutto di una serie di osservazioni, dalle quali risulta che una navetta conica (più precisamente, a tronco di cono) genera meno turbolenze, le quali favorirebbero il surriscaldamento del plasma. Pertanto una navetta conica mantiene meglio la temperatura interna. L’inconveniente è la collocazione dello schermo termico: per motivi noti agli ingegneri, si pensava che metterlo solo davanti fosse la scelta più saggia. Sicuramente ci sarebbero stati vantaggi legati all’aerodinamicità e al peso, tuttavia se la sonda si fosse disgraziatamente inclinata, sarebbe morto tutto l’equipaggio a causa del surriscaldamento interno. Dopo abbastanza studi e test, risolsero il problema mettendo lo scudo alla base del tronco di cono.

Quanto detto, vale soprattutto per gli Americani: i Russi infatti scelgono di fare capsule sferiche, ottenendo una navicella molto stabile ma anche molto scomoda (è ovvio che il progettista e l’astronauta non sono la stessa persona).

Il 12 aprile 1961 Jurij Gagarin è il primo uomo nello spazio e in orbita, a bordo della Vostok 1. Per evitare che venisse scambiato per un nemico e le guardie lo freddassero, prima di partire gli dipinsero sul casco la sigla “CCCP”. La missione va benone e quando atterra lo fa in un campo nel quale si trovano una donna, la figlia e la vitellina, tutte e tre terrorizzate dalla discesa dello strano uomo russo.

Di tutta la storia dell’allunaggio, questa è certamente una delle parti più importanti, non solo dal punto di vista scientifico quanto più da quello umano. Quando Gagarin raggiunse il cielo, esclamò una frase divenuta celebre solo per metà: “La Terra è blu e bellissima.” In realtà, a voler essere pignoli disse qualcosa di più simile a: “La Terra è blu e senza confini: che meraviglia. È incredibile.” ma erano parole di pace in tempo di guerra, quindi non sempre ce le si ricorda.

Il 5 maggio 1961 Alan Shepard è a bordo del Mercury 3, ma è terrorizzato dall’idea di schiacciare i tasti sbagliati. un po’ l’ansia, un po’ l’emozione, dopo essere stato impacchettato per bene e assicurato alla navicella si accorge di un’incombenza fisiologica: all’astronauta scappava la pipì. Non riesce a tenerla ma non c’è modo di fargliela fare, per cui di tutta risposta Shepard dichiara che se la sarebbe fatta addosso. L’informazione di liquidi non previsti a bordo mette in allarme tutto l’equipaggio a Terra, non tanto per questioni igieniche, quanto più per problemi logistici. La tuta sarà a tenuta stagna? C’è il rischio di un corto circuito? E altri dilemmi simili. Da quel momento, i bisogni fisiologici degli astronauti entrarono a far parte della lista delle cose a cui pensare quando si organizza un viaggio interstellare, e grazie ad Alan Shepard e alla sua incontinenza, nacquero i primi pannoloni.

Aneddoti dallo spazio

Da lì in poi si susseguirono numerosi piccoli traguardi, ciascuno dei quali portò con sé aneddoti sconvolgenti. Uno fra tutti è sicuramente quello avvenuto nel 1962, che vide coinvolto John Glenn: il primo statunitense a entrare in orbita attorno alla Terra, rimanendo 4 ore e 55 minuti nello spazio. L’astronauta era a bordo del Mercury-Atlas 6, ma durante le manovre di rientro non tutto andò secondo i piani. Normalmente la procedura prevedeva di sganciare i retrorazzi dopo aver raggiunto una certa soglia, così da facilitare l’atterraggio.

Sfortunatamente, da Terra si accorsero che, se Glenn avesse davvero proceduto come da programma, insieme ai retrorazzi si sarebbe staccato anche lo scudo termico (in assenza del quale sarebbe morto entro pochi secondi). Di conseguenza gli comunicarono più e più volte il cambio di programma, omettendo però quale fosse la causa dell’improvviso cambiamento. Il tenente colonnello riuscì ad atterrare sano e salvo, e solo una volta a Terra gli dissero quale rischio letale aveva corso.

Intanto la Russia continua a portare a casa piccoli risultati, così il presidente Kennedy la spara grossissima: “Entro la fine del decennio raggiungeremo la Luna” dice ad Houston il 12 settembre del 1962. Il problema era che la NASA, la quale si stava occupando di scienza e non di bagnare il naso alla Russia, aveva preventivato di raggiungere il satellite lunare solo verso la fine degli anni ’70. Capite che quando hanno sentito il discorso del presidente non l’hanno presa proprio benissimo, ecco.

Passa qualche mese e nel giugno del ’63 Valentina Tereshkova è la prima donna ad andare nello Spazio, compiendo 48 orbite e non essendo nemmeno un militare! Prima di finire nello spazio faceva la sarta ma, ispiratasi alla storia di Gagarin, decide di iscriversi all’accademia militare e a portarla a termine. Verrà a conoscenza dei dettagli circa la missione spaziale soltanto una volta raggiunto il cosmo, pertanto lassù sta malissimo a livello fisico. Nonostante l’allenamento, non si era preparata a un’esperienza simile. Alla fine però ritorna sulla Terra ancora viva, stabilendo un primato che gli americani doppieranno soltanto nel 1983 quando Sally Ride diventerà la prima americana ad aver abbandonato il pianeta.

L’anno dopo, i sovietici effettuano il primo lancio con un equipaggio composto da più persone, traguardo che l’America raggiunge solo nel ’65 con la Gemini 3. Quest’ultimo viaggio porta con sé un altro simpatico aneddoto circa il nome delle navicelle. Qualche anno prima, nel 1961, l’americano Virgil Grissom era a bordo della Liberty Bell 7, una capsula che sprofondò in mare subito dopo l’atterraggio e che quasi si trascinò a fondo anche l’astronauta. Sfortunatamente per il sopravvissuto, la colpa della perdita della capsula venne scaricata su di lui, ritenuto responsabile di aver avuto un attacco di panico e di averla sganciata prima del tempo.

Dovete sapere però, che per sganciare una capsula dal razzo che la trasporta è necessario premere un pulsante con talmente tanta forza da lasciarti un livido parecchio evidente, che a Grissom mancava! Pertanto, se da una parte c’era la NASA che lo colpevolizzava, dall’altra c’erano i colleghi pronti a difenderlo. Quando poi nel 1965 decisero di dargli in mano la Gemini 3 per lui fu l’occasione perfetta per riscattarsi. Fino a quel momento, al capo dell’equipaggio spettava l’onore di rinominare la capsula di volo, e Grissom, uomo di spirito, decise di chiamarla Molly Brown, come l’attivista che sopravvisse al naufragio del Titanic. La NASA inizialmente si oppose a quella scelta, ma Grissom, cocciuto più che mai, propose come nome alternativo proprio quello del transatlantico affondato nel 1912. Alla fine, la capsula venne ribattezzata come la superstite ma da allora in poi non fu più affare del capitano scegliere il nome della capsula.

Non tutte le storie hanno un lieto fine

Il 14 gennaio 1966 muore Sergej Korolev, il più grande scienziato spaziale mai esistito. Il genio dell’esplorazione spaziale decede mentre sta progettando il lanciatore N1, l’enorme razzo che avrebbe dovuto portare i cosmonauti sulla Luna. Tutti e 4 i tentativi di lancio dell’N1 falliscono e da allora la Russia rinuncia ufficialmente a un allunaggio umano.

Ogni tappa della lunga corsa alla Luna è stata raggiunta prima dai sovietici, poi dagli Americani, ma dalla scomparsa di Korolev in poi furono gli statunitensi i soli a conquistare risultati e, alla fine, i primi che tagliarono il traguardo. C’è però un ultimo aneddoto legato agli astronauti russi che merita di essere raccontato, e più che di scienza o colpi di fortuna è una storia di amicizia.

Nel 1967 Vladimir Komarov, cosmonauta che aveva già lasciato la Terra con la missione Voschod 1, fu selezionato per intraprendere un secondo viaggio spaziale, questa volta a bordo della prima Sojuz. Quando accettò, Komarov era ben cosciente del fatto che la missione fosse potenzialmente letale e proprio per questo si guardò bene dal farla affrontare al sostituto scelto per la missione: Jurij Gagarin (il “CCCP” piovuto dal cielo nel ’61), suo grandissimo amico. Durante il rientro in orbita, a circa 7 km da terra, ci fu un malfunzionamento della capsula e Komarov dovette avviare manualmente il procedimento di atterraggio. Inizialmente pareva andasse tutto bene, ma al momento di aprire i paracadute qualcosa non funziona e i sistemi di sicurezza rimangono chiusi. Komarov si schianta a terra alla velocità di 40 metri al secondo, con un impatto violentissimo che non gli lascia speranze. A causa dell’incidente, Vladimir Komarov è il primo cosmonauta morto in missione.

Nello stesso anno, durante un test pre-volo, gli americani Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee prendono fuoco. Una scintilla piccolina innescata non si sa come si trasforma immediatamente in un incendio che divampa all’istante a causa della forte presenza di ossigeno puro all’interno della cabina. La parte più straziante è il fatto che i tre uomini fossero in collegamento radio con la stazione di comando. Nella registrazione si sente Chaffee dire “c’è una scintilla in cabina” e nel giro di poco “stiamo bruciando vivi“. La capsula dell’Apollo 1 si poteva aprire solo dall’esterno, perché prima di allora non era previsto che fosse necessario aprire le capsule dall’interno (solitamente i cosmonauti attendevano di essere raggiunti ed estratti), pertanto i 3 uomini ardono dentro la capsula in 10 secondi scarsi.

Il programma Apollo e l’allunaggio

Al di là degli aneddoti però, i traguardi furono ancora tanti: nel ’66 i Russi riescono ad effettuare il primo atterraggio morbido (24 km/h) utilizzando il Luna 9 e con il 10 scoprono che la conformazione delle rocce lunari è affine a quella del nostro basalto. Nel settembre del ’68 due testuggini con uova e piante raggiungono la Luna, diventando ufficialmente i primi esseri viventi ad arrivarci. Nello stesso anno, James Arthur Lovell, William Alison Anders e Frank Frederick Borman sono i primi uomini a superare le fasce di Van Allen a bordo dell’Apollo 8 e a guardare la Terra sorgere da dietro la Luna.

Ed eccoci, finalmente, all’evento di cui oggi celebriamo l’anniversario nonché al più grande traguardo spaziale raggiunto dall’umanità tutta: l’allunaggio.

Il 20 luglio 1969 tre americani raggiungono la Luna e fanno ritorno, piantando una bandiera a stelle e strisce solo perché ancora non esiste una bandiera (ufficiale) della Terra (ma anche perché si voleva ribadire la superiorità USA rispetto all’URSS). L’equipaggio è composto da Buzz Aldrin, Neil Alden Armstrong e Michael Collins e senza l’aiuto di quest’ultimo, il meno noto del trio, sarebbe stato impossibile raggiungere il medesimo risultato.

Ovviamente non andò tutto come previsto, anzi. Tanto per cominciare, una volta in orbita iniziarono ad avere problemi informatici. Il computer che si occupava di campionare dati aveva 8 software che giravano simultaneamente, motivo per cui RAM e ROM si saturarono quasi subito. In quelle condizioni, alla macchina risultava impossibile immagazzinare ulteriori informazioni. Fortunatamente, quando Margaret Heafield Hamilton si preoccupò di scrivere il software di bordo, pensò anche di creare lo scheduler, un programma che si occupasse di capire quali, fra i programmi aperti, fossero inutili e di chiuderli. Nel caso della missione Apollo, era stato dimenticato aperto quello della sonda, che stava campionando una serie di dati inutili rallentando inutilmente il tutto. Arrestatolo, non ci furono ulteriori problemi digitali.

Un’altra incombenza fu quella legata all’atterraggio sulla Luna: scendendo lì dove avrebbero dovuto, si sarebbero schiantati su una serie di spuntoni di roccia. All’equipaggio non restò altro che assumere il controllo manuale della navicella in modo da allunare in una zona sicura, rischiando però così di restare senza carburante. Fortunatamente Armstrong non era una testa calda come Aldrin, ma anzi, dimostrò un temperamento pacato e un sangue freddissimo che permise di portare a termine l’atterraggio con soli venti secondi residui. Mentre Buzz e Neil raggiungono il suolo, Collins si occupa di mantenere la navicella in orbita e di andare a riprenderli al momento opportuno.

Avete presente la famosissima citazione di Armstrong “That’s one small step for [a] man, one giant leap for mankind“? Ecco, pare che il piccolo “step” non fosse un passo qualunque (io stessa prima della conferenza pensavo che si riferisse al primo passo compiuto sulla superficie lunare), ma che sia più accurato tradurlo con “saltino”. Infatti, sulla Luna non atterrò tutta la navicella ma soltanto il modulo destinato alla discesa, chiamato LEM. Ebbene, il LEM era pensato per toccare terra, piegare le “zampette”, permettere alla scala di scendere e, quindi, ai cosmonauti. Tuttavia il LEM era troppo leggero, perciò le gambe che avrebbero dovuto piegarsi rimasero rigide e alla scaletta mancava un pezzo prima di toccare terra. Armstrong e Aldrin dovettero quindi fare un “saltino” per mettere davvero piede su quella superficie vergine. Un’altra versione dice invece che il problema fu generato dall’ingombro della tuta e del sistema di supporto: gli astronauti erano così tanto carichi che non riuscivano nemmeno a vedersi i piedi, figuriamoci i pioli della scaletta!

Che sarà mai un saltino piccolo dopo aver fatto un viaggio così lungo? Mi sono chiesta, quando Luca Perri ha raccontato quest’ultima parte. Beh ecco, la superficie lunare è ricoperta da una sabbia fine e altamente tagliente e le tute degli astronauti non erano certo pensate per entrarvi in contatto se non con la suola. Perciò i due cosmonauti dovettero stare molto più che attenti: sarebbe stato sufficiente un minimo graffietto per bucare la tuta e, quindi, morire.

Fortunatamente i due rimasero ben dritti e, dopo aver fatto esplodere il propellente a stato solido disposto sotto il LEM (sì, abbiamo portato una bomba sulla Luna la prima volta che ci siamo andati), partirono verso l’orbita nella quale li attendeva Collins.

Anche la detonazione ebbe le sue complicazioni: per accendere il motore, era necessario abbassare una leva presente nel LEM. Tuttavia i due cosmonauti l’avevano inavvertitamente urtata con il loro grossi zaini, rompendola, e non se n’erano accorti. Dopo averne trovato i resti, capiscono che il pezzo staccato non si può riattaccare, ma niente panico: Buzz Aldrin ha con sé il suo fedele pennarellino. Ne incastra la punta metallica lì dove serviva in modo da chiudere il circuito e permettere al propellente di detonare secondo i piani.

Così facendo, Buzz e Neil raggiunsero il caro Micheal e, dopo di lui, la Terra.

Conclusione

Spero non vi siate annoiati: effettivamente è stato un viaggio un po’ lungo, ma ehi, la Luna non è mica dietro l’angolo! Dopo aver concluso la parte storica, Luca ha speso qualche parola sulle teorie del complotto che ruotano intorno alla vicenda, ma per quelle cedo la parola a jedi.lord che, da buon ingegnere aerospaziale, sull’argomento ha il dente avvelenatissimo. Potrei mostrarvi qualche foto che dimostra che sì, sulla Luna ci siamo andati veramente, ma siamo sinceri: se non avete creduto a tutto quello che vi ho raccontato finora, di certo non crederete a qualche foto “sicuramente ritoccata”.

Vi saluto con le stesse parole usate dal divulgatore: “Il programma Apollo è stato il miglior investimento tecnologico da quando Leonardo Da Vinci si è comprato un quaderno per gli schizzi. Per quanto utili, la scienza non serve per le ricadute tecnologiche di missioni di questo calibro, ma per cultura e amor di conoscenza.

Quindi andate miei cari lettori e tenete il naso all’insù: oggi più degli altri giorni.

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