
Steven arrivò poco dopo le quattro del pomeriggio, con una bottiglia di vino sotto il braccio e il sorriso di chi non si aspetta di trovare nulla di diverso dal solito.
«Non sapevo cosa portare, così ho scelto questo. Se fa schifo, diamo la colpa al supermercato»
Michael rise e lo face entrare. Steven posò la bottiglia sul tavolo, poi notò il cerotto sulla mano dell’amico.
«Hai l’istinto di conservazione di un panda… che hai combinato? Non ti hanno insegnato che non si fa a pugni con gli specchi?»
Michael abbozzò un sorriso.
«E non hai visto com’è ridotto quell’altro, l’ho fatto a pezzi»
Risero insieme come non accadeva da tempo. Era facile, con Steven. Lo era sempre stato. Per un momento Michael dimenticò il motivo dell’incontro, e fu quasi irritante scoprire quanto gli venisse naturale godersi la sua compagnia.
«Dai, andiamo, prima che chiuda il negozio. Altrimenti potrai usare solo la fotocamera del cellulare per guardarti»
Uscirono insieme. Durante il tragitto Steven parlò di lavoro, di un collega e di un film che voleva vedere. Michael lo ascoltava, osservando il modo in cui gesticolava e si interrompeva a metà frase per raccontare qualcos’altro. Conosceva ogni dettaglio di lui, o almeno così gli piaceva pensare.
Nel negozio lasciò che fosse Steven a scegliere lo specchio. Quello che aveva in mente doveva essere soltanto adatto al bagno, semplice e senza pretese. Steven, invece, confrontò dimensioni e cornici come se stessero acquistando qualcosa di molto più importante.
A casa montarono lo specchio. Steven tenne ferma la cornice mentre Michael fissava i supporti, cercando di non sforzare la mano ferita.
«Fai attenzione»
Michael sollevò lo sguardo. Il riflesso dell’amico era nitido, fino ai dettagli più insignificanti, eppure qualcosa non tornava. Forse era la luce troppo fredda, o il corridoio alle sue spalle, che nello specchio sembrava allungarsi oltre il possibile.
Si voltò. Il corridoio era vuoto, corto come sempre.
Quando tornò a guardare il vetro, Steven stava ancora sorridendo.
«Che c’è?»
«Niente»
Michael si avvicinò. Il proprio volto gli apparve pallido, gli occhi più scuri, la bocca piegata in un sorriso che non ricordava di aver fatto. Lasciò che svanisse, ma per un istante gli sembrò che il riflesso avesse mantenuto quel sorriso un po’ più a lungo.
Si irrigidì. Steven si mosse per prendere gli attrezzi e l’immagine tornò normale.
Michael passò un dito lungo la cornice. Il vetro era liscio, intatto. Non c’era niente che giustificasse quella sensazione. Si guardò ancora, cercando di capire se fosse il riflesso a sembrargli estraneo o se fosse lui a non sopportare ciò che vedeva.
Steven gli diede una pacca sulla spalla e uscì dal bagno.
Michael rimase davanti allo specchio, ascoltando la voce dell’amico che parlava d’altro nel corridoio. Era soltanto un vetro nuovo, comprato in un negozio qualunque. Eppure, prima di spegnere la luce, evitò di guardarlo un’ultima volta.
In cucina, sul tavolo, c’erano alcune fotografie dei quattro amici. Michael le aveva tirate fuori apposta perché Steven le vedesse.
Versò il vino nei bicchieri e brindarono.
Parlarono dei tempi in cui erano tutti insieme, di John che aveva trascorso un’intera serata a convincerli di aver visto un UFO e di Alan, convinto di essere un cuoco eccezionale dopo aver preparato una pasta immangiabile. Steven rideva mentre raccontava, e Michael lo seguiva. La sua risata fu spontanea, tanto che per un momento si dimenticò di controllarla.
«Ti ricordi quella festa?»
Michael posò il bicchiere.
«Eccome»
«Avevamo provato a chiamarti, sai? Ma non prendeva la linea. Il telefono di Alan era scarico, credo. Avevamo anche pensato di passare da te, ma alla festa era successo qualcosa e ci eravamo trattenuti più del previsto. Non ricordo neanche bene cosa. Pensavamo che stessi dormendo e ci eravamo detti che saremmo venuti il giorno dopo»
Le dita di Michael si strinsero attorno al bicchiere, ma allentò la presa prima che Steven potesse accorgersene.
«Siete rimasti alla festa»
Steven abbassò gli occhi sul vino.
«Vero. Ma non volevamo escluderti. John diceva che avremmo organizzato qualcosa tutti insieme appena ti fossi rimesso»
John.
Michael sentì irrigidirsi la mascella. Un morto non poteva più spiegarsi né raccontare la propria versione dei fatti, eppure Steven continua a ricordarlo come se le sue buone intenzioni bastassero a sistemare ogni cosa.
Michael avrebbe voluto chiedergli perché non fossero venuti comunque, perché non avessero insistito. Avrebbe voluto spiegargli che non contava ciò che avevano pensato di fare, ma quello che avevano fatto davvero.
Invece riempì il bicchiere di Steven. L’amico non si accorse che Michael aveva bevuto molto meno di lui, né del suo sorriso sempre più rigido quando il discorso tornava a quella notte.
La serata proseguì tra ricordi e risate.
«Dovremmo vederci più spesso»
Michael sentì una fitta al petto, qualcosa che somigliava alla tenerezza e al risentimento insieme. Gli voleva bene. Non era una bugia, e non aveva mai smesso di volergliene. Era proprio questo a rendere tutto più difficile: desiderare ancora la sua compagnia senza riuscire a perdonarlo.
Quando Steven andò in bagno, Michael rimase solo in cucina. Guardò le fotografie sul tavolo, poi il bicchiere dell’amico, quasi vuoto.
Dal corridoio arrivò il rumore dell’acqua che scorreva.
Per un attimo pensò al vecchio specchio e alle schegge sul pavimento. Si chiese se fosse possibile riconoscersi in ogni frammento e, una volta riuniti tutti, non ritrovare più la stessa faccia.
Steven tornò in cucina.
«Tutto bene?»
Michael lo guardò. Il suo viso era familiare, rassicurante. Un viso che conosceva da anni, che aveva visto ridere, arrabbiarsi, piangere. Un viso che non aveva la minima idea di quanto fosse vicino a perdere tutto.
«Certo»
Gli verso ancora un po’ di vino. Steven accettò senza esitare.
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