
Recensione
Ieri, 7 ottobre 2026, è uscita su Prime Video la serie TV su Carrie e io ho deciso di farmi una maratona incredibile per finirla tutta di fila. Letteralmente non ho parlato per tutto il giorno con il mio fidanzato, a malapena ho fatto pipì.
Se avessi messo questo impegno nello studio, probabilmente a quest’ora avrei cinque lauree.
Anche perché ieri ho riguardato sia il film originale di Brian De Palma del 1976 sia il remake di Kimberly Peirce del 2013, proprio per avere un paragone il più possibile fresco. Ero curiosissima di capire come la storia di Carrie sarebbe potuta diventare una serie TV. Perché una cosa è prendere il romanzo di Stephen King e farne un film di due ore, un’altra è dover costruire una stagione intera attorno a una storia che tutti conosciamo già.
E in realtà, dopo averla vista, me lo domando ancora.
Perché se la protagonista di questa serie si fosse chiamata Veronica, poco o nulla mi avrebbe fatto pensare alla Carrie di De Palma. A parte i nomi, alcuni personaggi, la telecinesi e alcune scene fondamentali, il resto è praticamente un mondo inesplorato.
E questo non è necessariamente un difetto.
È semplicemente una storia molto diversa da quella che mi aspetto quando penso a Carrie. Non per questo è meno bella. Anzi, per certi aspetti è persino geniale.
Da qui in poi, però, spoiler praticamente su tutto. Se sei allergico, questo è il momento giusto per chiudere la pagina.
La doccia
Partiamo dalla scena più famosa di tutte. Quella che probabilmente viene in mente a chiunque senta pronunciare il nome Carrie: la doccia, il sangue, le compagne che ridono, l’umiliazione che dà inizio alla storia.
Nella serie di Flanagan c’è, ma è completamente diversa.
De Palma costruiva la scena attraverso uno sguardo estremamente voyeuristico: la macchina da presa indugiava sul corpo nudo di Carrie prima ancora che arrivassero il sangue e l’orrore. Il corpo della ragazza diventava così contemporaneamente qualcosa di innocente, qualcosa che lei stessa non conosce e qualcosa che lo spettatore è invitato a guardare.
Nel remake del 2013 Kimberly Pierce riduce molto questo aspetto e sposta l’attenzione soprattutto sul disagio di Carrie. Anche lì il corpo è importante, ma lo sguardo è meno interessato a mostrarlo.
Flanagan fa un passo ulteriore: non spoglia nessuno.
La scena avviene nello spogliatoio, ma Carrie è vestita. Sono le compagne ad accorgersi del sangue e a farglielo notare. Lei non capisce cosa stia succedendo, chiede aiuto, si agita, urla. E soprattutto si arrabbia perché nessuno sembra intenzionato ad aiutarla.
È una differenza apparentemente piccola, ma dice molto su questa versione di Carrie. Perché finalmente Carrie non è soltanto una ragazza a cui le cose accadono.
Carrie
La Carrie del 1976 è estremamente passiva. All’inizio sembra quasi incapace di stare al mondo. È ingenua, isolata, terrorizzata dalla madre e completamente impreparata a gestire ciò che le succede. Non è stupida, anzi: quando scopre di avere dei poteri cerca informazioni, prova a capire cosa siano e come funzionino, ma per gran parte del film subisce e basta.
La Carrie del 2013 è già più reattiva. Nella stessa scena del ciclo capisce che le ragazze la stanno umiliando deliberatamente e reagisce in maniera più consapevole.
Quella di Flanagan, invece, è curiosa fin dall’inizio. È stata cresciuta completamente fuori dal mondo e deve imparare praticamente da zero come funziona la società, ma non si limita a subire ciò che le viene raccontato. Fa domande, cerca libri sulla telecinesi e sulla stregoneria, si esercita, cerca di capire cosa le sta succedendo.
E soprattutto interagisce.
Carrie si fa amici, va a una festa, beve, parla con le persone, scopre i social, l’amicizia e persino la cattiveria degli altri. Tutto contemporaneamente.
La scuola non è più soltanto il luogo in cui Carrie viene bullizzata: è il primo vero contatto che ha con il mondo.
Carrie arriva persino a usare i suoi poteri prima del ballo, per piccoli dispetti e per reagire a chi la ferisce. Quando Chris la provoca, non resta semplicemente immobile a subire: reagisce, le rompe il naso usando i suoi poteri e le dice pure di “mettersi il tappo” mentre sanguina.
Sinceramente, l’ho adorata.
Questa Carrie ha molta più voglia di vivere e molta meno voglia di farsi mettere i piedi in testa.
Finalmente gli altri personaggi esistono
In un precedente articolo mi ero lamentata del fatto che i personaggi maschili fossero spesso semplici pedine e, effettivamente, nel primo film è difficile considerarli molto più di questo.
Billy è violento perché deve esserlo per la storia. Tommy è totalmente insipido.
Chris è la ragazza cattiva che deve organizzare la vendetta. Sue è quella che si pente.
Nella serie non funziona più così.
Quasi tutti hanno una vita anche quando Carrie non è nella stanza.
Ed è probabilmente questa la differenza più grande rispetto ai due film: Flanagan non costruisce i personaggi soltanto in funzione di Carrie. Li lascia esistere per conto proprio, con famiglie, problemi, paure, desideri e motivazioni che non dipendono necessariamente dalla protagonista.
Tommy
Nel film del 1976 è praticamente pollo scondito, sembra quasi eseguire quello che gli dice Sue. Nel remake del 2013 acquista già maggiore autonomia e personalità. Nella serie di Flanagan finalmente acquista sapore.
Tommy è genuinamente gentile con Carrie perché vuole esserlo. Non perché Sue gli chiede di portarla al ballo, non perché deve fare il bravo ragazzo e non perché qualcuno gli ha detto che è la cosa giusta da fare.
La conosce, parla con lei e la ascolta. Passano del tempo insieme, guardano le stelle, lui la riaccompagna a casa e alla fine decide spontaneamente di invitarla al ballo.
E soprattutto prova sentimenti propri.
Si arrabbia con Sue quando scopre che gli ha nascosto il ritardo delle mestruazioni, il test di gravidanza e tutta la situazione che riguarda la loro relazione. Non è lì soltanto per accompagnare Carrie verso il massacro finale.
Billy
Già il remake aveva dato a Billy una maggiore autonomia, rendendolo più aggressivo e violento. Qui diventa ancora più indipendente da Chris.
Viene introdotto come spacciatore, è impulsivo, pericoloso e prende decisioni per conto proprio. Il rapporto con Chris nasce e cresce dentro un contesto di rabbia, impulsività e problemi familiari.
Non è semplicemente il ragazzo che Chris manda a fare quello che lei vuole.
Anche il loro rapporto acquista quindi una dimensione propria: i due si frequentano, sviluppano un legame e diventano una coppia, invece di essere semplicemente la coppia criminale funzionale alla vendetta contro Carrie.
Chris
Lei è forse il personaggio che più beneficia dell’espansione della storia.
Nel 1976 è praticamente cattiva e basta. Carrie è la sua vittima e lei vuole vendicarsi senza un reale motivo. Nel remake viene già resa più calcolatrice e viene dato maggiore spazio alle sue motivazioni. Qui, invece, entriamo davvero nella sua vita.
La madre ha lasciato suo padre per un altro uomo, che guarda caso è il padre di una compagna di scuola di Chris. Vivono insieme e Chris vive tutto questo come un ulteriore abbandono. Anche il futuro universitario diventa fonte di problemi economici.
E poi c’è Sue. Sue è la sua migliore amica e passa sempre più tempo con Carrie. Dal punto di vista di Chris, anche lei la sta abbandonando.
L’unica persona che sembra rimanerle accanto è Billy.
Questo non giustifica quello che fa, ovviamente. Chris continua a essere responsabile del bullismo, delle umiliazioni e di una quantità impressionante di stronzate, ma la serie prova a raccontare perché una persona possa diventare così ossessionata da qualcun altro.
E alla fine Chris stessa ammette di non sapere nemmeno perché abbia iniziato ad accanirsi tanto contro Carrie. La trovava strana e voleva farle uno scherzo. Il resto è cresciuto progressivamente fino a diventare qualcosa di molto più grande di lei.
Poco prima di morire, quando cerca di chiedere scusa a Carrie, per la prima volta sembra davvero rendersi conto di quello che ha fatto.
Sue
Nel film originale partecipa al bullismo e cerca di rimediare quando ormai è troppo tardi. Nel remake è già più umana e sinceramente pentita.
Nella serie, però, Sue e Carrie diventano davvero amiche.
Sue cerca di aiutarla, prova a fermare Chris, le suggerisce persino di parlare con Margaret e progressivamente costruisce con lei un rapporto vero.
Arriva al ballo appositamente per cercare di avvertire la scuola della presenza di Chris e Billy.
E sarà proprio Sue, dopo la tragedia, a raccontare Carrie nelle sue testimonianze.
Questo è importante perché la serie introduce un elemento che nei due film non esiste: Carrie viene raccontata dagli altri.
Sue la vede come una ragazza buona, gentile, fragile. Altri la descrivono in maniera completamente diversa.
Non esiste più una sola Carrie. Esistono tante Carrie quante sono le persone che l’hanno conosciuta.

Margaret
La Margaret del 1976 è terrificante. Fanatica, violenta, punitiva. Solo successivamente il film ci permette di comprendere che dietro quella follia esiste un trauma.
Quella del 2013 è più disturbante psicologicamente, ma anche più umana.
Quella di Flanagan è ancora diversa.
È religiosa, iperprotettiva e controllante, ma non è semplicemente cattiva. Anzi, spesso sembra sinceramente preoccupata per Carrie.
Le chiede come sta. Si preoccupa perché mangia male e dorme peggio. Cerca di capire cosa le stia succedendo. La abbraccia, la bacia e le dice che le vuole bene.
Quando il bullismo supera le mura della scuola e diventa qualcosa di molto più grande, Margaret prova a proteggerla. Probabilmente le due Margaret precedenti avrebbero dato almeno in parte la colpa a Carrie stessa.
Il suo problema è che per lei proteggere Carrie significa impedirle di vivere.
Quando Carrie ha il ciclo, per esempio, cerca di nasconderglielo perché ha paura della sua reazione. Margaret la manda nello sgabuzzino a pregare perché considera la trasformazione in donna qualcosa di legato al peccato. Ma contemporaneamente le procura gli assorbenti perché non si sporchi a scuola.
È questo il paradosso della Margaret di Flanagan: può essere terribilmente oppressiva e contemporaneamente sinceramente amorevole.
È madre, carceriera e vittima delle proprie paure nello stesso momento.
E poi installa delle telecamere in casa senza che Carrie lo sappia, quindi, diciamo, l’amore materno ha anche qualche problema di gestione della privacy.
Finalmente vediamo il padre di Carrie
Per la prima volta abbiamo anche un volto per il padre di Carrie.
Nel film originale Margaret ne parla come di un uomo violento, dedito all’alcol e responsabile di abusi. Nel remake viene citato da Carrie, che pensa addirittura di aver ereditato da lui i propri poteri.
Qui finalmente lo vediamo.
È un uomo molto religioso, con una certa vena complottista, che lavora in un cantiere. Peccato che muoia praticamente subito a causa di un incidente sul lavoro, quindi non abbiamo davvero il tempo di approfondirlo quanto avrei voluto.
La sua morte, però, lascia una traccia importante nella storia. Carrie continua a vederlo nei sogni e persino da sveglia. Margaret ricorda inoltre che, quando Carrie era bambina, delle pietre erano cadute sulla casa. Lei sospettava che fosse stata la figlia, mentre suo marito continuava a dirle che era impossibile.
Anche il passato di Carrie, quindi, viene ampliato.
Instagram, cyberbullismo e una scuola che esiste davvero
È inevitabile che una nuova versione di Carrie affronti il cyberbullismo.
Nel remake del 2013 era già stato aggiornato il contesto, ma qui la cosa diventa molto più grande.
Chris crea un profilo Instagram chiamato @carriered_ per prendere in giro Carrie, ma l’account finisce per trasformarsi in uno strumento di umiliazione collettiva. Non viene presa di mira soltanto Carrie: gli studenti cominciano a mandare foto e contenuti su altri compagni e persino sugli insegnanti.
Un professore viene pubblicamente accusato di essere un pedofilo e arriva a suicidarsi.
Sue registra Chris mentre ammette di aver creato il profilo e porta la registrazione al consulente scolastico. La ragazza continua a negare tutto finché l’evidenza non diventa impossibile da ignorare, così viene espulsa. E, in un altro ribaltamento interessante, gli stessi studenti che fino a quel momento avevano partecipato al sistema di umiliazione finiscono per rivoltarsi contro di lei.
La scuola non è più soltanto il luogo in cui Carrie viene bullizzata.
Ci sono metal detector, esercitazioni per le sparatorie, consulenti, insegnanti, famiglie, social, problemi economici e dinamiche che esistono indipendentemente dalla protagonista.
Ed è un altro elemento che rende questa serie molto diversa dai film: il mondo non sembra fermarsi quando Carrie esce di scena.
La religione
Nel film di De Palma è praticamente ovunque: croci, peccato, punizione, preghiera, la casa di Margaret che sembra costruita apposta per mettere a disagio chiunque ci entri.
Solo Marcellino pane e vino mi trasmetteva la stessa angoscia.
Nel remake viene mantenuta la simbologia, ma con un approccio più psicologico.
Flanagan la intreccia invece con il controllo familiare, l’isolamento e perfino la salute mentale.
Carrie arriva a pensare di avere una malattia mentale perché vede il padre e parla con quella che crede essere un’amica immaginaria. Margaret, dal canto suo, sostiene che le malattie mentali non esistano.
Quello che mi è mancato, però, è il riferimento più esplicito alla simbologia cristiana nel finale.
Nei due film la morte di Margaret è fortemente legata all’immagine di Cristo. Nel 1976 viene trafitta e la composizione richiama apertamente una crocifissione; il remake riprende quella stessa idea.
Qui no.
Il confronto con Carrie è molto più umano e, per certi versi, persino più doloroso, ma mi è mancato quel richiamo visivo così iconico.

Ridatemi il vestito rosa
Altra domanda fondamentale che nessuno aveva posto ma che io sento il bisogno di porre: perché Carrie è vestita di bianco?
Nel 1976 il vestito è rosa. È cucito da Carrie e diventa parte della sua trasformazione in ragazza che, almeno per una sera, vuole sentirsi normale. Nel remake viene ripreso anche il concetto del colore e del corpo.
Qui Carrie si cuce da sola il vestito, ma è bianco.
E mancano completamente anche quei dialoghi sul rosa, sul rosso e sui seni che Margaret definisce “escrescenze”.
Sono piccolezze, ma sono proprio questi dettagli a rendere riconoscibile Carrie. E quando una serie decide di cambiare quasi tutto, sono anche le piccole assenze a farti capire quanto si sia allontanata dall’originale.
Il ballo
Nei due film il ballo è il grande punto di arrivo. Tutto conduce lì.
Nella serie il ballo arriva nell’ultimo episodio, dopo sette episodi passati a conoscere Carrie, Margaret, Chris, Sue, Tommy, Billy e tutti gli altri.
E questo cambia completamente il significato della scena.
Carrie non ci va soltanto perché Sue e Tommy l’hanno convinta. Lo considera un’occasione per andare avanti, per provare finalmente a vivere una normale adolescenza.
Tommy le chiede spontaneamente di accompagnarla perché ormai tra loro esiste un rapporto.
Chris vota Carrie un numero imbarazzante di volte per farla eleggere reginetta e umiliarla, ma alla fine la folla applaude davvero.
E poi arriva il sangue.
La scena è molto più veloce rispetto a quella di De Palma, che costruiva la tensione con una lentezza quasi insopportabile. Qui tutto succede in pochi istanti: gli studenti ridono, la filmano e Carrie perde il controllo.
Ma anche in questo caso Flanagan cambia qualcosa di importante.
Carrie non è completamente inconsapevole di quello che sta facendo.
La sua rabbia è più consapevole, la vendetta è più ampia e lei stessa ha già imparato a usare i propri poteri.
Quando Tommy muore direttamente per colpa sua, Carrie se ne accorge e ne rimane sconvolta.
È una differenza importante rispetto alle altre versioni: questa Carrie sceglie di reagire, ma quando vede dove l’ha portata quella scelta non riesce più a sopportarla.
La vendetta
Dopo il ballo, Chris e Billy cercano di scappare in macchina.
Billy prova addirittura a investire Carrie, Chris gli urla di frenare e Carrie reagisce: lancia via l’auto, schiaccia Billy e poi fa lo stesso con Chris mentre lei cerca di dirle che le dispiace.
E c’è una cosa che trovo particolarmente interessante: Carrie, per un momento, sembra divertirsi.
Balla tra le fiamme e urla “Vaffanculo, io esisto.”
È forse il momento in cui la Carrie della serie raggiunge il massimo della libertà. Per un attimo è semplicemente libera, poi si rende conto di quello che ha fatto.
Emaline
Ed eccoci alla parte in cui la serie decide definitivamente di prendere Carrie, guardarla negli occhi e giocarci.
Per buona parte della serie Carrie vede Emaline praticamente ovunque. Le parla, interagisce con lei, costruisce un rapporto. Gli altri, però, non sembrano vederla e Carrie viene persino presa in giro perché parla da sola.
All’inizio sembra quindi una classica amica immaginaria, legata al suo isolamento e al suo stato mentale.
Poi la situazione diventa molto più complicata.
Emaline sembra essere una proiezione astrale, una presenza legata alle capacità psichiche di Carrie, e alla fine sembra persino aiutarla a controllare la propria forza.
Carrie non è più l’unica persona con poteri. La serie introduce altre persone dotate di capacità soprannaturali, parla del cosiddetto “luccichio”, fa riferimenti a persone del passato che potrebbero aver avuto capacità simili.
E a quel punto viene spontaneo chiedersi: siamo ancora dentro Carrie o Flanagan sta preparando un universo completamente nuovo?
Il riferimento al “luccichio”, poi, credo non abbia bisogno di spiegazioni.
Questa è probabilmente la parte che mi incuriosisce di più e allo stesso tempo mi lascia più perplessa.
Perché l’idea è interessante. Molto.
Ma più il mondo si espande, più Carrie rischia di diventare soltanto uno dei tanti pezzi di un universo soprannaturale molto più grande.
E se l’obiettivo era raccontare una nuova Carrie, fino a che punto possiamo allontanarci da Carrie prima che smetta di essere Carrie?
Lo sguardo di Flanagan
Guardando i tre prodotti uno dopo l’altro, a distanza di poche ore, la differenza diventa abbastanza evidente.
De Palma guarda Carrie e vede soprattutto un horror psicologico e atmosferico, sporco, perverso, cattivo. La sua regia è fortemente autoriale e riconoscibile. La scuola è luminosa, la casa è buia e claustrofobica, il corpo di Carrie è osservato dalla macchina da presa in maniera quasi inquietantemente voyeuristica.
Peirce guarda Carrie e la trasforma maggiormente in una tragedia adolescenziale. È più luminosa, più realistica, più interessata ai rapporti tra i ragazzi e meno interessata a sessualizzare Carrie.
Flanagan guarda Carrie e vede un’intera rete di persone.
Vede una ragazza che deve imparare a stare al mondo, una madre che ama la propria figlia nel modo peggiore possibile, adolescenti che si portano dietro famiglie problematiche, abbandoni, rabbia, paura e senso di colpa, e una scuola che deve fare i conti con cyberbullismo, sparatorie, salute mentale e reputazione online.
E vede anche un mondo soprannaturale molto più grande di Carrie.
Il risultato è una serie molto più corale, molto più interessata ai personaggi e alle loro vite.
E devo dire che funziona.
Il primo episodio è stato l’unico che ho percepito come lento. Dal secondo in poi gli episodi sono letteralmente volati, anche quando duravano quasi cinquanta minuti. Considerando quante sottotrame ci sono, non era affatto scontato.
Anche visivamente Flanagan non cerca di imitare De Palma. La fotografia è molto scura, soprattutto negli interni, e mantiene quasi sempre un’atmosfera da horror, anche quando la serie si trasforma in teen drama o dramma familiare.
L’orrore non nasce soltanto dalla paura. Nasce dal trauma, dall’isolamento, dal bullismo, dalla famiglia, dalla salute mentale e, naturalmente, dai poteri.
Bella serie ma non è Carrie
Carrie di Mike Flanagan mi è piaciuta.
Anzi, per certi aspetti l’ho trovata persino geniale.
Mi piace moltissimo il modo in cui sviluppa i personaggi. Tommy finalmente è una persona e non pollo scondito. Ho apprezzato che Sue e Carrie diventino davvero amiche. Chris ha una vita al di fuori della sua ossessione per Carrie. Trovo molto più interessante la Margaret ambigua e umana. E mi piace vedere una Carrie curiosa, attiva e capace di prendere decisioni.
E soprattutto mi piace che Flanagan non abbia semplicemente cercato di rifare quello che avevamo già visto.
Però c’è un problema: più la serie amplia il proprio universo, più rischia di allontanarsi da Carrie. Le altre persone dotate di poteri, il “luccichio”, Emaline, la donna misteriosa e tutto ciò che sembra preparare un universo soprannaturale molto più ampio sono elementi interessanti.
Ma sono anche le cose che mi fanno pensare a quanto possiamo cambiare una storia prima che smetta di essere quella storia.
Per me questa serie non è davvero Carrie nel senso in cui lo sono i due film.
È una nuova storia costruita attorno a Carrie.
E forse è proprio questo che Flanagan voleva raccontare: non una nuova versione della storia che già conosciamo, ma il suo sguardo su Carrie.
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Nerdando in breve
Flanagan prende Carrie, cambia praticamente tutto quello che può e riesce comunque a costruire qualcosa che vale la pena guardare.









