
Articolo a cura di Antonio Petito che trovate qui
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Ventimila persone.
Tutte in piedi. Tutte urlanti. Tutte canadesi.
Al Molson Centre di Montreal, il 9 novembre 1997, l’aria è quella di una festa. È in corso Survivor Series, uno dei pay-per-view storici della WWF, e sul ring c’è l’uomo che quella gente considera un figlio della propria terra: Bret “Hitman” Hart, campione del mondo, orgoglio di Calgary, uno dei wrestler più rispettati della sua epoca.
Nessuno, in quell’arena, sa cosa sta per succedere.
Nessuno, tranne pochissimi uomini dietro le quinte.
Quella sera, il wrestling smetterà per la prima volta di essere solo spettacolo scritto a tavolino. E lo farà nel modo più brutale possibile: con un tradimento vero, ai danni della persona sbagliata, davanti al pubblico sbagliato.
La genesi: una lealtà a peso d’oro

Per capire cosa succede quella sera a Montreal, bisogna tornare indietro di un anno, quando le cose sembravano andare in una direzione completamente diversa.
Nell’ottobre 1996, Bret Hart aveva ricevuto un’offerta economicamente molto più ricca dalla WCW, la federazione rivale della WWF guidata dal presidente Eric Bischoff. Hart l’aveva rifiutata, scegliendo invece di rinnovare con la WWF firmando un contratto dalla durata storica: vent’anni. Un legame di fiducia che sembrava dover durare per sempre.
Un anno dopo, quella fiducia però, si sgretolerà.
Nel frattempo, la WWF sta perdendo la Monday Night War, la guerra degli ascolti del lunedì sera contro la WCW. Gli show rivali dominano negli ascolti, gli incassi dei pay-per-view calano e, a settembre 1997, la crisi economica costringe Vince McMahon, proprietario e presidente della WWF, a un’ammissione scomoda: non può più garantire a Hart le condizioni del contratto ventennale. È lo stesso McMahon, sorprendentemente, a spingerlo a riaprire le trattative con Bischoff.
Il 1° novembre 1997, Hart porta sul tavolo l’offerta della WCW: 2,6 milioni di dollari l’anno, per tre anni. McMahon la benedice apertamente. Le carte vengono firmate. Dopo tredici anni, Bret Hart sta per lasciare la WWF.
C’è solo un problema.
La clausola della discordia
Nel contratto di Hart esiste una clausola tanto rara quanto scomoda: il diritto al controllo creativo sugli ultimi trenta giorni della sua permanenza in federazione. In pratica, Bret ha la facoltà di rifiutare qualsiasi finale di match non lo convinca del tutto.
E un finale, in particolare, non lo convince per niente: perdere la cintura mondiale in Canada, sul suolo di casa, contro Shawn Michaels.
Tra i due, infatti, non c’era solo rivalità sul ring, ma odio personale, vero, degenerato in una rissa reale ad Hartford e in accuse pesantissime scambiate nel backstage. Poche settimane prima, Michaels disse ad Hart, in faccia, che non si sarebbe mai fatto sottomettere da lui davanti a una telecamera.
Hart, dal canto suo, non è affatto contrario a cedere il titolo: si offre di farlo con chiunque altro nel roster, da The Undertaker a Mankind, da Vader al semplice jobber Brooklyn Brawler. Pur di non farlo lì. Pur di non farlo contro di lui.
Vince McMahon, però, ha già un’altra idea in testa.
Il capoccia infatti era terrorizzato dall’idea che Bischoff potesse annunciare in diretta su Nitro l’arrivo del campione mondiale WWF in carica, ripetendo simbolicamente l’onta subita anni prima con Alundra Blayze, ex campionessa WWF passata alla WCW, che gettò la cintura femminile in un bidone della spazzatura proprio davanti alle telecamere rivali.
Quel rischio, McMahon non è disposto a correrlo. Non di nuovo.
Una stanza d’hotel, un piano segreto
Sabato 8 novembre 1997, Montreal Marriott Hotel.
Si tiene una riunione ufficiale a cui partecipano McMahon, il commentatore storico Jim Ross, il manager Jim Cornette, Shawn Michaels e Pat Patterson: ex wrestler, ormai storico agente e capo dei booker della WWF, oltre che amico fraterno di Bret Hart. È proprio Patterson a scrivere il finale “ufficiale” del match: rissa, l’arbitro Earl Hebner steso a terra svenuto, la Sharpshooter — la mossa di sottomissione simbolo di Hart — applicata da Michaels, il ribaltamento della presa da parte di Bret, e infine l’invasione sul ring dei suoi alleati per provocare la squalifica.
Un finale pensato apposta per proteggere Bret Hart e la sua immagine.
Ma quando la riunione ufficiale finisce, McMahon trattiene nella stanza solo tre persone: Shawn Michaels, Triple H (all’epoca Hunter Hearst Helmsley, futuro membro della D-Generation X insieme a Michaels) e l’agente Gerald Brisco.
Pat Patterson, l’uomo più vicino a Hart in tutta l’azienda, viene tenuto volutamente all’oscuro. È in quella stanza, senza di lui, che nasce il vero piano. Quello reale.
I dodici minuti che cambiano la storia del wrestling
Sul ring, Hart non sospetta nulla. Si fida ciecamente di Earl Hebner, l’arbitro con cui condivide un’amicizia lunga anni. Prima del match, due colleghi — Vader e Davey Boy Smith — lo avvertono: “Non farti mettere a terra, non cedere a nessuna sottomissione”. Bret li rassicura. Si fida di Hebner più che di chiunque altro.
Al dodicesimo minuto di match, Michaels blocca Hart nella Sharpshooter.
È esattamente il momento in cui, secondo il copione di Patterson, Bret dovrebbe ribaltare la presa.
Non arriva.
Hebner si rialza di scatto. Incrocia lo sguardo con il cronometrista a bordo ring, Mark Yeaton. Vince McMahon, in piedi accanto al ring, urla l’ordine che diventerà leggenda:
“Ring the f*cking bell!”
La campana suona. Bret Hart non ha mai ceduto. Ma per il pubblico, per le telecamere, per la storia ufficiale che verrà raccontata da quel momento in poi: Shawn Michaels è il nuovo campione del mondo.
Hart capisce l’inganno in una frazione di secondo. Sputa in faccia a McMahon. Distrugge le apparecchiature televisive a bordo ring. Traccia nell’aria, con le dita, tre lettere rivolte al pubblico sotto di lui: W-C-W.
Hebner, intanto, fugge dietro le quinte e sale su una limousine con il motore già acceso, pronta a portarlo via dall’impianto.
Paura e delirio dietro le quinte
Nel backstage, il caos è totale.
The Undertaker, che nello spogliatoio gode di un’autorità quasi morale, prende in mano la situazione e impone a McMahon di andare a spiegarsi di persona con Hart. McMahon si presenta nello spogliatoio scortato dal figlio Shane e da Gerald Brisco.
Il confronto dura pochissimo.
Hart gli intima di uscire dalla stanza prima che finisca di rivestirsi. McMahon non lo fa.
Bret Hart lo mette KO con un pugno in faccia.
Commozione cerebrale, occhio nero, tutto reale — altro che finzione da programma televisivo. Pat Patterson, distrutto dal senso di colpa per un tradimento che non aveva scelto e di cui è stato reso complice inconsapevole, si presenta in lacrime da Hart, offrendogli il proprio volto nel caso volesse colpire anche lui.
Il colpo di scena finale

Il 17 novembre 1997, sette giorni dopo Montreal, succede qualcosa di irripetibile nella storia della televisione americana.
Rick Rude, veterano rispettato del roster e furioso per come è stato trattato Hart, contatta di nascosto Eric Bischoff e firma un contratto a tempo pieno con la WCW. C’è però un dettaglio tecnico che rende tutto surreale: la puntata di Raw di quella settimana era già stata registrata prima dei fatti di Montreal, durante la trasferta canadese.
Il risultato è un cortocircuito mediatico mai più ripetuto: alle 20:00 Rude appare dal vivo, sbarbato, su WCW Monday Nitro per attaccare pubblicamente McMahon. Un’ora dopo, alle 21:00, sintonizzandosi su WWF Raw, gli stessi spettatori vedono lo stesso Rick Rude — questa volta con la barba, registrata la settimana precedente — al fianco della D-Generation X.
Stesso wrestler, due canali rivali, stessa sera.
In quello stesso episodio, il commentatore Jim Ross intervista McMahon, che pronuncia la frase più citata della storia della compagnia:
“Vince McMahon didn’t screw Bret Hart. I truly believe that Bret Hart… screwed Bret Hart.”
Il pubblico non gli crede. E inizia a odiarlo apertamente. Nasce così, quella sera, il personaggio di Mr. McMahon: il boss tirannico e senza scrupoli, la nemesi ideale su cui costruire l’ascesa di un certo “Stone Cold” Steve Austin, che di lì a poco esploderà come la nuova stella della compagnia.
Cosa resta, quasi trent’anni dopo
Il Montreal Screwjob non è stata, come vorrebbe una certa leggenda metropolitana, una messinscena concordata a tavolino tra McMahon e Hart per generare clamore mediatico.
Le lesioni di McMahon erano vere.
La rabbia di Hart era vera.
E anni dopo, lo stesso Undertaker ha confermato che esistevano soluzioni alternative — un match a tre, o la cessione della cintura a lui stesso — che avrebbero permesso di risolvere la situazione senza tradire nessuno.
Vince McMahon scelse comunque la strada del tradimento.
Perché quella sera non stava semplicemente proteggendo la WWF dalla concorrenza di Bischoff.
Stava creando, senza saperlo, l’arma narrativa più potente della storia del wrestling moderno: il momento esatto in cui il pubblico ha smesso di guardare solo il ring, e ha iniziato a guardare dietro al ring.
Il wrestling non è mai più tornato quello di prima.
E forse, in fondo, è proprio da lì — da un pugno vero, da una campana suonata a tradimento, da un arbitro in fuga su una limousine con il motore acceso — che si è evoluta la WWE come l’abbiamo conosciuta negli anni a venire.
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