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Wayward Pines: top o flop?

Ethan Burke si sente a suo agio, per terra, nelle strade di Wayward Pines

Ethan Burke si sente a suo agio, per terra, nelle strade di Wayward Pines

Siamo arrivati all’atteso finale della serie che, nel bene e nel male, ha fatto più parlare di sé in quest’ultimo periodo e che si è ritrovata, tra detrattori ed estimatori, al centro dell’attenzione di molti: stiamo parlando di Wayward Pines. La miniserie, composta da un’unica stagione (no, non è stata cancellata: fin dall’inizio era in programma che terminasse dopo le prime ed uniche 10 puntate), è stato oggetto di un lancio mediatico più che aggressivo e sicuramente riuscito, che è stato in grado di creare enorme aspettativa nel pubblico, puntando su pochi e ben studiati cavalli di battaglia: il ritorno nonché esordio sul piccolo schermo di M.Night Shyamalan (presente dietro tutta l’operazione e regista, peraltro, dell’episodio pilota), il paragone con un indiscusso classico tornato di moda e l’ingombrante appellativo di “nuovo Twin Peaks“, trailer martellanti, ottimamente montati e perfettamente vaghi. Gli elementi perché la serie fosse seguita c’erano tutti ma, alla fine della fiera, l’esperimento è riuscito? Wayward Pines vale davvero quello che promette o le aspettative sono state drammaticamente deluse?

La miniserie, curata da Chad Hodge, è basata sull’omonima trilogia scritta e pubblicata tra il 2012 ed il 2014 da Blake Crouch, che ha dichiarato in più di un’occasione di essersi lasciato ispirare dalle atmosfere del cult degli anni ’90, Twin Peaks. Sebbene l’adattamento di Hodge sia stato da più parti additato come troppo somigliante all’illustre prototipo firmato David Lynch, in realtà Wayward Pines non è Twin Peaks, neanche un po’. Anzi, se proprio vogliamo notare delle somiglianze o delle citazioni, direi che si fermano alle prime due, forse tre puntate ma poi, come è giusto che sia, le serie si discostano e prendono strade decisamente diverse. Ma Twin Peaks non è l’unica fonte di ispirazione per Wayward Pines: la miniserie è costellata di omaggi e rimandi a molte delle serie che hanno fatto la storia del piccolo schermo e, a ben guardare, anche a qualche film di tutto rispetto. L’estremo citazionismo di Wayward Pines è stato uno degli aspetti più criticati dai detrattori, che hanno interpretato questa scelta come una mancanza di identità propria e di idee. Io, invece, ho apprezzato il gioco, considerandolo un punto di forza. Ma di cosa parla Wayward Pines?

Riassumere la trama, così ricca di rivelazioni e colpi di scena ad ogni puntata, senza incorrere in drammatici spoiler per chi non l’avesse ancora vista è difficilissimo, perciò mi limiterò a ricordarla a grandi linee. La storia si apre in medias res, con l’Agente Speciale della CIA Ethan Burke che si risveglia per strada, dopo aver subito un incidente automobilistico. Burke era diretto, insieme ad un suo collega, verso la cittadina di Wayward Pines (Idaho), per investigare sulla scomparsa di altri due agenti, tra i quali Kate Hewson, ex amante proprio di Burke. Risvegliatosi dopo l’incidente, Ethan si dirige a piedi in città, dove viene soccorso e portato in ospedale. Qui, però, inizia subito a notare che c’è qualcosa che non va: nessuno ha visto o ha notizie del suo partner e i medici hanno un comportamento inquietante e sospetto. Ethan fugge dall’ospedale e prova a telefonare a casa ed al quartier generale della CIA, ma non riesce a contattare nessuno all’esterno della città. Costretto a fare buon viso a cattivo gioco, Ethan inizia ad esplorare Wayward Pines e a conoscerne gli abitanti mentre, all’esterno, sua moglie Theresa e suo figlio Ben si mettono in viaggio proprio verso la cittadina sperduta tra le montagne, per cercare di scoprire dove sia finito Ethan. Ma Wayward Pines non è una città come le altre e presto svelerà aspetti grotteschi e spaventosi oltre ogni immaginazione.

Wayward Pines è un prodotto troppo particolare e audace per lasciare indifferente il pubblico: o lo si ama o lo si odia. E infatti ha saputo spaccare in due gli spettatori, divisi in estimatori e detrattori senza mezzi termini. A me, personalmente, la miniserie è piaciuta, ha portato una ventata d’aria fresca ed è risultata veloce e facile da seguire. Non è particolarmente originale? Forse, ma è ben realizzata e questo, in un mare di produzioni raffazzonate, è già più che sufficiente. Tra gli aspetti che mi hanno più convinta posso citare sicuramente il ritmo, rapido e privo di punti morti: la storia si snoda agile e veloce, passando da un colpo di scena all’altro, senza permettere cali di attenzione. Lodevole anche la scelta del cast, in particolare per quanto riguarda Matt Dillon, inaspettato ottimo protagonista e Melissa Leo, in grado di spaventare anche solo con lo sguardo come poche attrici prima di lei hanno saputo fare sullo schermo. Come accennavo prima, il gioco di rimandi e citazioni, evidente nel corso di tutte le puntate, è stato molto criticato, giudicato eccessivo e penalizzante per l’autonomia della serie. Io invece l’ho trovato elegante e ben studiato, secondo me non intacca la storia di base, che è comunque avulsa da tutte le altre opere a cui si fa riferimento nel susseguirsi delle puntate e, anzi, mi sono divertita a rintracciare rimandi più o meno nascosti. A partire dal già citato Twin Peaks, passando per Lost (sì: la sequenza d’apertura è identica a quella della serie di JJ Abrams, ma non venitemi a dire che le due storie procedono poi nello stesso modo), arrivando poi a X-Files , passando per Persons Unknown e Ai confini della realtà. Ma anche The Truman Show e Quella casa nel bosco, per esempio. L’elemento noir e quello fantascientifico si sposano bene nella serie, rendendola incalzante e appassionante.

Nel complesso, come avrete già intuito, il mio giudizio è più che positivo anche se, dal mio punto di vista, la miniserie di Hodge è ben lontana dall’essere un capolavoro e presenta alcuni limiti. Personalmente, infatti, ho trovato molto più interessante la prima parte della stagione, quella che termina con la megarivelazione prima della pausa nel mezzo della serie. L’alone di mistero, il senso di inquietudine e l’atmosfera angosciante dell’inizio sono ben realizzati e ben girati (in particolare nell’episodio pilota che mi lascia sperare in un ritorno in grande stile di M. Night Shyamalan, dopo le deludentissime ultime prove cinematografiche) e trovo che la serie perda invece di mordente nella seconda parte, quando ormai le rivelazioni e i segreti, per quanto inquietanti, sono già stati svelati agli spettatori. Nonostante questo, comunque, Wayward Pines ha un grande pregio: è riuscita a far parlare di sé e ad arrovellare gli spettatori sulla sua trama. Estimatori o no, tutti abbiamo passato giornate intere a domandarci cose del tipo “Ma com’è possibile?”, “Sarà davvero andata così?”, “Quella che ci hanno rivelato è davvero la verità”?, “Cosa succederà adesso?” e a crearci le nostre personali teorie su come stessero realmente le cose, come forse non succedeva dai tempi di Lost. Concludo con una breve nota sul finale: da brividi. Decisamente il finale perfetto per una serie del genere, coerente con quanto seminato lungo il percorso e allo stesso tempo di difficile previsione per gli spettatori. Evito di spiegare quali, per non rovinare la sorpresa ai ritardatari, ma l’ultima puntata spara due cartucce azzeccatissime (le potrete leggere alla fine dell’articolo, oltre le varie scritte “Spoiler”), che contribuiscono ad accentuare le somiglianze con Ai confini della realtà (l’intera miniserie potrebbe inserirsi benissimo in uno dei cicli del popolare e longevo show) e concludono degnamente e coerentemente una storia che aveva viaggiato, fin dal suo inizio, sui toni dell’inquietudine: complimenti alla premiata ditta Hodge-Shyamalan!

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I due elementi del finale che mi hanno colpito di più sono stati la scelta di far morire il protagonista (almeno apparentemente) e la scena finale, che chiude il cerchio nel punto esatto in cui era iniziato Wayward Pines, facendo ripartire la storia dal principio.



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