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Guida Galattica per gli Autostoppisti: un capolavoro nerd da recuperare

La copertina di

La copertina di “Guida galattica per gli autostoppisti”

“C’è una teoria che afferma che, se qualcuno scopre esattamente qual è lo scopo dell’universo e perché è qui, esso scomparirà istantaneamente e sarà sostituito da qualcosa di ancora più bizzarro ed inesplicabile. C’è un’altra teoria che dimostra che ciò è già avvenuto.”

Recensione

Molti di voi, leggendo queste poche righe, si sentiranno già immersi nei tantissimi ricordi (facciamo 42?) legati alla lettura di questo particolarissimo romanzo, perché “Guida galattica per gli autostoppisti”, una volta letto, resta dentro e non va più via. Un libro difficile da inserire in una categoria (di fantascienza? Umoristico? Surreale?), difficile da classificare ed interpretare. Ad ogni ulteriore lettura, infatti, emergono nuove sfumature: nonostante tutto, all’interno del libro, sia così volutamente confuso, in realtà nulla è lasciato al caso ed è proprio per queste sue caratteristiche che “Guida galattica per gli autostoppisti” ha saputo entrare nella mente e nel cuore di milioni di lettori, creando attorno a sé un vero e proprio culto che perdura ancora oggi.

Autore

“Guida galattica per gli autostoppisti” è l’opera più famosa di Douglas Adams, autore inglese scomparso nel 2011. Ed è, in effetti, l’incarnazione esatta del suo autore, personaggio eclettico e sopra le righe, particolare e fuori dagli schermi come i suoi romanzi. Scrittore per sbaglio (a scuola amava più le scienze, fu un suo insegnante a spingerlo verso studi letterari), prolifico autore radiofonico e televisivo (collaborò anche alla serie britannica “Doctor Who”) ma, in gioventù, anche lavapiatti e guardia del corpo, appassionato di informatica (che non manca mai di citare nei suoi romanzi), coautore di videogiochi (oltre a “Guida galattica per gli autostoppisti”, del 1984, ha lavorato anche a “Starship Titanic”, del 1998), chitarrista per diletto (piccola chicca per gli appassionati di musica: Douglas Adams era un grande amico del chitarrista dei Pink Floyd, David Gilmour. La loro amicizia fu così profonda che Adams partecipò come ospite ad uno degli ultimi concerti della band, suonando la chitarra in due canzoni e fu, inoltre, l’autore del titolo definitivo dell’album “The Division Bell”) e naturalista per passione: Douglas Adams è questo e molto di più. Da una mente così eclettica, non potevano che scaturire storie inusuali e diverse da quello che c’era allora in circolazione.

Trama

Ma veniamo al romanzo: “Guida galattica per gli autostoppisti”, tratto dalla omonima serie radiofonica realizzata da Adams due anni prima, è il primo capitolo di una anticonvenzionale “trilogia in cinque parti”, edito per la prima volta nel 1979. Protagonista della storia è Arthur Dent, un terrestre alle prese con l’increscioso problema della demolizione della sua casa per far posto ad una nuova autostrada. Arthur, tuttavia, non ha il tempo di rammaricarsi troppo perché poco dopo scopre, insieme al resto della popolazione terrestre, che analoga sorte sta per toccare proprio alla Terra. Poco prima della distruzione del pianeta, Arthur viene portato in salvo dal suo vecchio amico Ford Prefect, che si rivela così per quello che è in realtà: un alieno di Betelgeuse. A questo punto, seguiremo le peripezie di Arthur e Ford, che si destreggiano tra le galassie grazie alle preziose indicazioni della Guida che dà il titolo al libro, best seller indiscusso dell’Orsa Minore. Attraverso incontri improbabili ed avventure decisamente fuori dall’ordinario, Arthur e Ford arriveranno addirittura a confrontarsi con la risposta alla “Domanda Fondamentale sulla Vita, sull’Universo e Tutto quanto”.

La “Trilogia in cinque parti” prosegue anche con, nell’ordine, “Ristorante al termine dell’Universo”, “La vita, l’Universo e tutto quanto”, “Addio e grazie per tutto il pesce” e “Praticamente innocuo” (più un postumo “E un’altra cosa…”, scritto da Eoin Colfer dopo la morte di Adams e con il permesso della vedova, inserito di norma nel canone come finale alternativo) ma io, a causa di una cronica mancanza di tempo, ho letto per il momento solamente il primo libro, che mi ha stregata. Già dalle prime righe, infatti, mi sono trovata subito a mio agio con quel misto di no-sense e riflessione filosofica che caratterizzano lo stile di Douglas Adams. Mi sono avvicinata all’opera, per la prima volta, da appassionata di fantascienza: quello che mi sono trovata davanti, invece, è stato qualcosa di molto diverso dal filone pessimistico e più che mai serio che avevo letto fino ad allora. Adams ha il pregio, infatti, di aver apportato una ventata di aria fresca al genere. La lettura è scorsa, per me, rapida e febbrile, costringendomi, tra una risata ed un sorriso dolceamaro, a proseguire di capitolo in capitolo più velocemente di quanto mi sarei potuta aspettare. Lo stile e l’arguzia dell’autore, emergono in pieno nelle pagine, traducendosi in un umorismo tagliente e sottile, tanto da rendere alcuni passaggi quasi oscuri, ad una prima lettura. A regnare sovrano, comunque, è il no-sense: se vi lasciate travolgere, il rischio è di perdersi tra le mille improbabili ed illogiche svolte della trama. Se riuscirete a manternervi distaccati, però, la storia vi avvincerà ed il divertimento sarà assicurato.

Le folli trovate dell’autore, comunque, hanno avuto un forte impatto sulla realtà: “Guida galattica per gli autostoppisti” è diventato, negli anni, un vero e proprio fenomeno di culto e molte delle ispirazioni presenti nel romanzo sono state riutilizzate nella vita reale. Alcuni esempi? Altavista, ha scelto di chiamare il suo traduttore “Babelfish”, omaggiando così il traduttore universale Pesce Babele immaginato da Adams. Il computer scacchistico della IBM, quello che è stato in grado di battere un essere umano per intederci, si chiama “Deep Thought” come il supercomputer “Pensiero Profondo” presente in “Guida galattica per gli autostoppisti”. O ancora, il programma di messaggistica istantanea “Trillian” prende il nome direttamente dalla protagonista femminile della trilogia in cinque parti dell’autore inglese. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito ma, di sicuro, l’elemento dei libri che ha avuto più impatto nella realtà quotidiana è l’interpretazione del numero 42. Nel libro, infatti, questa cifra ha un’importanza fondamentale (che non spiego per evitare spoiler a chi non avesse ancora letto il romanzo). Questa particolare accezione del numero 42 ha colpito profondamente i lettori dei libri, tanto che le citazioni si sprecano in ogni ambito: musica, con band che scelgono di chiamarsi così o inseriscono brani con questo titolo, come i Coldplay, videogiochi, come League of Legends o Spore, fumetti, con Dylan Dog che cita il famoso numero, serie tv (Supernatural e Doctor Who hanno entrambe riferimenti al 42) ma anche scienza e tecnologia (ricordiamo il blog divulgativo dell’astronauta italiana Samantha Cristoforetti o le risposte di Google e Siri ad una determinata domanda).

Insomma, il libro è una pietra miliare e già solo per questo meriterebbe di essere letto ma, in più, a me è piaciuto moltissimo, è ben scritto e brillante e ve lo consiglio vivamente. Purtroppo, non posso dire lo stesso del film che ne è stato tratto nel 2005: pellicola di rara bruttezza, che non è riuscita a mantenere lo spirito dell’opera originale. Quindi, mentre vi preparate per il “Towel Day” (letteralemente “giorno dell’asciugamano”: l’asciugamano, infatti, è un elemento importante del romanzo), celebrato dai fan di tutto il mondo il 25 maggio di ogni anno, recuperate il libro e tuffatevi nell’avventura autostoppistica più strampalata dell’universo.



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