"Lo Hobbit" sul grande schermo: un viaggio inaspettato e (non sempre) piacevole - Nerdando.com
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“Lo Hobbit” sul grande schermo: un viaggio inaspettato e (non sempre) piacevole

Lo Hobbit, un viaggio un po' così

Lo Hobbit, un viaggio un po’ così

Recensione

Ora che l’operazione è conclusa ed è anche passato un po’, ora che abbiamo avuto il tempo di rifletterci su e metabolizzare, finalmente possiamo affrontare l’argomento che tanto ha fatto discutere ed infervorare orde di Tolkeniani convinti: i tre film tratti da “Lo Hobbit”.

Spudorata iniziativa commerciale, visionaria rivisitazione o ambizioso progetto tragicamente sfuggito di mano? La trilogia di Peter Jackson è un mix, non del tutto riuscito, di tutte e tre le cose. Prima di proseguire il discorso, chiariamo un concetto: no, i tre lungometraggi de “Lo Hobbit” non sono una trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Tolkien. Ma neanche lontanamente. Semmai, le pagine del libro possono essere considerate uno spunto o una fonte di ispirazione molto vaga ma no, la storia che vedrete (o avete già visto) sullo schermo ha molto poco a vedere con quanto immaginato dall’illustre narratore inglese. E, su questo, non mi soffermerò oltre: si è già detto tutto quello che si poteva dire e seguaci di Tolkien molto più competenti di me (ho amato “Il Signore degli Anelli” e, soprattutto, “Il Silmarillion” ma ammetto di aver solo sfogliato la versione a fumetti de “Lo Hobbit”) hanno già espresso ampiamente la loro opinione in merito. Quello che voglio cercare di fare, invece, è esprimere una valutazione sui film in sé stessi, presi a prescindere dal loro rapporto con l’archetipo letterario e considerati nella loro veste di pellicole ispirate all’immaginario Tolkeniano, viste con gli occhi di uno spettatore ignaro dell’opera originale.

Quello che balza subito in mente, pensando alla trilogia cinematografica nel suo insieme, è che Peter Jackson ci abbia riprovato (se maliziosamente, spinto da mero interesse economico o ingenuamente, spinto da amore per le opere di Tolkien, non saprei dirlo): dopo il successo dei film ispirati a “Il Signore degli Anelli”, una nuova trilogia ambientata nella Terra di Mezzo poteva essere un’idea sensata, in fondo. La scelta, tuttavia, si è rivelata più infelice del previsto e quello che resta, alla fin fine, altro non è che cenere e rovine, una distruzione tale che nemmeno Sauron in persona sarebbe riuscito a fare di meglio.

Ma andiamo con ordine. L’idea di uno o più lungometraggi tratti da “Lo Hobbit” non è certo nuova e, dopo l’uscita della trilogia dedicata a “Il Signore degli Anelli”, coinvolgere Peter Jackson nel progetto è, ovviamente, sembrato subito naturale. Lui stesso, all’epoca, contribuì alla stesura dell’adattamento, concludendo di trasporre il libro in due lungometraggi, e contribuì alla scelta del regista, avendo deciso di non entrare personalmente in competizione con il suo lavoro precedente ed individuando il suo successore in Guillermo Del Toro. E poi? E poi le cose sono, semplicemente, sfuggite di mano. Una gestazione tribolatissima, tra continui ritardi e cambi al vertice, ha certamente contribuito al pasticcio finale. Dopo l’abbandono di Del Toro, ufficialmente dovuto ai continui ritardi ma, più probabilmente, legato a divergenze di opinione con la produzione e con Peter Jackson, il timone della regia è passato nelle mani, apparentemente esperte, di Jackson in persona: chi meglio di lui, che aveva saputo trasporre così bene la trama ben più complessa de “Il Signore degli Anelli” poteva rendere giustizia a “Lo Hobbit”? E così, Jackson si è apprestato a rimettere mano al progetto, decidendo, alla fine, di realizzare tre pellicole, stiracchiando, quindi, ulteriormente la storia ed attingendo materiale dalle appendici de “Il Signore degli Anelli”, per riempire i buchi di narrazione presenti nel romanzo de “Lo Hobbit”. I film hanno visto finalmente la luce, a cadenza annuale, nel periodo natalizio degli ultimi tre anni: “Un viaggio inaspettato” è uscito nel dicembre 2012, “La desolazione di Smaug” in quello del 2013 ed infine “La battaglia delle cinque armate” è stato programmato il mese scorso. Ho guardato tutte e tre le pellicole al cinema, in 2D, e devo ammettere che, pur trovando abbastanza godibili gli ultimi due capitoli, in generale l’intera operazione non mi è piaciuta.

“Lo Hobbit” è, non dimentichiamolo, un libro per ragazzi e, considerandolo in quest’ottica, si comprende bene perché Tolkien gli abbia dato la forma che ha: un racconto relativamente breve, fiabesco, molto più spensierato rispetto a “Il Signore degli Anelli”. Avevo anticipato che non avrei considerato le pellicole in relazione al romanzo e non voglio farlo, ma questa piccola premessa è necessaria per comprendere uno dei limiti fondamentali dei tre film, ovvero il cercare ad ogni costo di renderli simili e legati a “Il Signore degli Anelli”. Jackson ha concepito la nuova trilogia in funzione di quella vecchia, come una sorta di prequel delle avventure cui abbiamo assistito nel corso dei precedenti film. Questo non è necessariamente un errore, in fondo i fatti narrati ne “Lo Hobbit” sono effettivamente precedenti a quelli de “Il Signore degli Anelli”, ma il legame tra le due opere è costituito unicamente dalla presenza dell’Anello. Jackson, invece, si fa prendere la mano e, nell’ansia di far capire al pubblico che quello che stanno guardando è un altro capitolo de “Il Signore degli Anelli”, riempie le tre pellicole di citazioni e rimandi, forzandone la trama ed inserendo, il più delle volte in maniera al limite del comico, quanti più personaggi possibile dalla vecchia trilogia. È un peccato, perché limita moltissimo la riuscita dei film: i lungometraggi tratti da “Lo Hobbit”, a mio parere, avrebbero funzionato molto meglio se considerati come una storia a sé stante. La forza delle pellicole tratte da “Il Signore degli Anelli”, d’altronde, era stata proprio questa: non c’erano precedenti o rimandi da tenere in considerazione, la storia e il mondo in cui si svolgeva hanno avuto la possibilità di svilupparsi liberamente e, in questo modo, hanno potuto rendere al meglio. Jackson ha negato alla trilogia de “Lo Hobbit” questa possibilità, costringendola a rapportarsi continuamente con l’illustre predecessore e, nel confronto, la nuova opera esce inesorabilmente e pesantemente sconfitta.

Un altro dei pesanti limiti dei film è particolarmente evidente in “Un viaggio inaspettato” (anche se, a tratti, ritorna anche nelle altre due successive pellicole) e riguarda lo stile che si è scelto di dare alla narrazione. “Lo Hobbit” è un libro per ragazzi, lo ricordavamo prima, ed il suo tono è volutamente leggero e fiabesco se paragonato agli altri lavori di Tolkien. Nei film si è scelto di mantenere questa caratteristica, ma il modo in cui è stato fatto è risultato pessimo: personaggi caricaturali e gag discutibili mi hanno reso il film piuttosto fastidioso, quando non addirittura irritante. Passi per i Nani (mai sufficientemente caratterizzati ed incisivi per rappresentare la compagnia protagonista, comunque), passi per Radagast (per quanto, vederlo ridotto a semplice macchietta stralunata e strafatta faccia soffrire un po’) ma se perfino Gandalf, che nella trilogia precedente era stato icona di saggezza e gravità, inizia a comportarsi come un vecchio un po’ fuori di testa, è evidente che si è passato il segno.

“Un viaggio inaspettato”, nello specifico, è decisamente il meno riuscito dei tre film. L’intento è quello di ricalcare “La compagnia dell’Anello” ma, stavolta, la storia fatica molto ad ingranare e lo spettatore non riesce in alcun modo ad appassionarsi alle avventure della strana compagnia di 13 Nani più un Hobbit. Proprio i protagonisti, poi, convincono molto poco. Se Bilbo è molto ben interpretato da Martin Freeman, altrettanto non si può dire dell’altro protagonista della vicenda, Thorin Scudodiquercia. Il personaggio non è mai caratterizzato a dovere, oscilla costantemente tra boria e superficialità e risulta il più delle volte antipatico, creando distanza con il pubblico. Il resto della compagnia di Nani, poi, viene semplicemente passato in rassegna ma mai approfondito più di tanto, rendendo la maggior parte di loro intercambiabile agli occhi dello spettatore, che fatica a provare empatia per la loro missione. Il secondo capitolo, “La desolazione di Smaug” è probabilmente il più riuscito dei tre film. In questa seconda parte si cambia registro e si lascia spazio alla componente avventurosa, rendendo la pellicola molto più godibile per il pubblico rispetto alla precedente. Nella seconda parte del film, inoltre, la comparsa del drago Smaug, perfettamente realizzato in CGI e magistralmente interpretato da Benedict Cumberbatch, alza ulteriormente il tono della pellicola. Finalmente, le emozioni ci sono e la costruzione della storia lascia intendere che continueranno anche nel prossimo capitolo, preannunciando una interessante battaglia contro la creatura alata. E, infatti, è proprio da qui che inizia “La battaglia delle Cinque Armate”, episodio conclusivo della trilogia. Ma, subito, arriva la delusione: il drago viene liquidato in un quarto d’ora di film e quello che ci aspetta dopo è parecchia noia. Sì, perché la battaglia che dà il titolo alla pellicola si fa attendere troppo e, quando arriva, non ha nulla della maestosità a cui Jackson ci aveva abituati con il Fosso di Helm, ma risulta anzi piuttosto sottotono.

In conclusione

Nel complesso, insomma, un’occasione decisamente sprecata per Jackson di dare nuovo lustro alla Terra di Mezzo. I film non resteranno certamente nella storia e non portano nulla di nuovo al cinema o al genere fantasy, c’è da pensare che verranno dimenticati in fretta. Anche gli aspetti innovativi, come la scelta di introdurre i 48 fotogrammi al secondo per dare maggiore definizione alle panoramiche, si rivelano errate: i paesaggi ed i colori della Terra di Mezzo risultano, con questa tecnica, terribilmente artificiosi e finti, perdendo così il fascino delle ambientazioni che aveva contraddistinto la trilogia de “Il Signore degli Anelli”. Anche i dettagli risultano troppo sgargianti (vogliamo parlare degli occhi di Legolas?) e l’effetto finale è fastidiosamente fittizio e irreale. Peccato, perché “Lo Hobbit” si poteva (e si doveva) fare molto meglio. Per quanto mi riguarda, non mi resta che rifugiarmi nella speranza di una serie di film tratti da “Il Silmarillion” che rendano giustizia all’immaginario Tolkeniano. Ma, a questo punto, non so se augurarmi che ci sia nuovamente Jackson alla regia.

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